Ed è un interrogativo a cui bisogna rispondere per evitare il pericolo, tutt'altro che
immaginario, che la commemorazione di Skanderbeg abbia ad esaurirsi nelle
manifestazioni celebrative, che hanno il loro indubbio peso, ma che non sono
sufficienti a cogliere il significato e il valore di una realtà che dev'essere fermento di
uno sviluppo che, traendo la sua forza dal passato, dia nuova linfa di vitalità al
nostro avvenire.
.
L'epopea di Skanderbeg va molto oltre i fatti militari, che lo videro invitto
protagonista nella guerra di difesa contro gli Ottomani, e assurge ad avvenimento
storico di scelta di una civiltà che ha la sua ispirazione nel cristianesimo, attinge
vigore dalla affermazione della libertà contro la sopraffazione, contro il prepotere
della forza distruttrice del diritto, contro l'attentato alla indipendenza dei popoli e
della persona umana.
L'esaltazione di questi valori scaturisce dalla vita e dall'opera di Skanderbeg ed
alimenta, come sorgente sotterranea, la storia travagliata degli italo-albanesi, che in
Skanderbeg non hanno visto solo un mito, ma un'idea ed una forza che li ha resi tenaci
assertori di autonomia spirituale nell'unità della stessa Fede, in un'ininterrotta
fedeltà alle fonti ispiratrici della Chiesa d'Oriente, gelosi difensori nella terra ospitale
d'Italia di un patrimonio etnico e culturale che, dopo cinque secoli, ne ha impedito
l'assorbimento nel mondo italiano, e tuttavia ne ha consentito l'integrazione nella
civiltà di questo grande popolo.
E' un esempio non troppo frequente di incontro di stirpi che non si elidono, ma si
completano e si arricchiscono nel reciproco scambio di virtù e qualità, procedendo di
concerto sul comune terreno di intramontabili valori umani e religiosi.
La nostra esperienza vissuta di cinque secoli ci ha resi particolarmente sensibili a
capire il senso più profondo e vero del nuovo corso della storia, tutta protesa a
ricomporre in unità il genere umano pur tra sussulti giganteschi, che potranno
tardare, ma non sopprimere il movimento universale di unione di tutte le genti aldilà
delle distinzioni di razza, colore, lingua e cultura.
C'è un passo del discorso di Paolo VI, nell'udienza del 25 aprile al pellegrinaggio
albanese, che va qui ricordato: « con la fervida attività innata e con la comprensione
acquisita, vi rendeste dovunque tramite di alleanze e collaborazioni che spesso vi
hanno reso anticipatori del moderno ecumenismo ».
Le lusinghiere parole del S. Padre sono il miglior plauso al nostro passato, ma anche
l'indicazione più sicura per il nostro avvenire.
E' in questa direzione che dobbiamo camminare con serietà di propositi e di intenti,
perché solo così non tradiremo l'eredità di Skanderbeg e dei nostri Padri e daremo
una risposta positiva alla nostra vocazione.
Il Centenario in tal modo è un arrivo per un avvio, deciso, però, e senza
tentennamenti, a continuare in umiltà e fede, ma soprattutto « en omonìa », « in
concordia di menti e di cuori », la nostra strada per adempiere il mirabile disegno di
Dio.
NDR
Le parole che S.E. Mons. Stamati scrisse nel 1968 sono, come sempre, di una lucidità esemplare e mettono in luce, anche attraverso questo breve scritto, la grandezza e la sapienza di questo indimenticabile personaggio.