Per la nomina del nuovo direttore, nel dicembre scorso, l’Ente Parco Nazionale del Pollino sembrava si stesse accingendo a deliberare la terna da proporre al Ministero dell’ambiente. In attesa di una terna che, dopo tre mesi, ancora tarda ad essere indicata, nei primi giorni di gennaio di quest’anno, invece, mi è toccato di leggere di un "sondaggio di opinioni" su coloro, anch’io tra questi, che hanno presentato domanda. Riguarda una iniziativa alquanto “sui generis”, sviluppata in forma di conversazione amichevole, via e-mail, per avere uno scambio di pareri sulle qualità degli aspiranti alla direzione del parco.
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Per amara ironia, io, venerdì 27 febbraio u.s., a Noepoli, di questa iniziativa sono stato chiamato a rendere conto, in una pubblica riunione.
Mi auguro che il "sondaggio di opinioni", dopo aver consentito di inventariare i punti di vista cercati, permetta informazioni utili sugli obiettivi perseguiti e sui risultati raggiunti, in modo che il mio polemico interlocutore possa acquietarsi e l’Ente Parco possa avere migliori chance per prendere una decisione, per la quale l’apposito avviso è stato pubblicato quattro mesi fa.
Tra i destinatari della e-mail io ho scelto, fin qui, di resistere alla provocazione e di tacere, perché direttamente coinvolto.

Non è, oltretutto, un bel periodo, questo, per me.
Sono, infatti, reduce dalla recente definitiva sconfitta nel ricorso presentato al Giudice del Lavoro, dopo la scadenza, il 20 ottobre 2002, del mio incarico di direttore del Parco, nella speranza di vedermi riconosciuti alcuni diritti, che ritenevo mi fossero stati lesi.
Non ho avuto ragione; anzi ho avuto torto su tutti i motivi di doglianza e in tutti i gradi di giudizio; sono stato, inoltre, condannato a pagare le spese di giudizio, con un inaspettato pesante aggravio della mia condizione economica, oltre che umana.
Mi pesa anche un documento, che tratta della mia persona, tenuto finora “segretato” dall’Ente, malgrado le ripetute istanze per ottenerne copia.
Si tratta di un verbale scritto il 24 febbraio del 2004, all’inizio della seduta di insediamento del Consiglio Direttivo dell’epoca, all’atto della ratifica delle oltre 200 delibere presidenziali adottate in un anno e mezzo circa, senza che il Consiglio Direttivo stesso fosse stato ancora nominato. Tra quelle delibere presidenziali c’erano anche la n. 5, la n. 6 e la n. 22 del 2002, alle quali ero interessato e per le quali ho pagato il caro prezzo per il ricorso.
Sto vivendo, perciò, uno stato d’animo terribile e serie difficoltà materiali.
È l’ingeneroso risvolto, cui si va incontro per un eccesso di responsabilità e di impegno civile, oltre che tecnico, professionale e culturale, per il quale io, invece, mi illudevo di dover guadagnare riconoscimenti di meriti.
Vale, invece, il detto di Ovidio: “bene qui latuit, bene vixit”.

Bisognerebbe, forse, che fossero conosciute dettagliatamente e bene tutte le travagliate vicende e la dura esperienza vissuta al parco dal 1995 al 2002.
Perché? A chi può interessare? A cosa può servire, ormai?

Io, Formica, con un’ossessione trentennale per il Pollino: quelle montagne, meta dei miei sogni da piccolissima età, schierate all’orizzonte davanti a casa mia, a San Paolo Albanese, mi sono trovato alle prese con un mondo sproporzionatamente più grande e più potente delle mie modestissime possibilità;.
Io, Formica, con un incarico provvisorio di direttore, nel 1995, subito impegnato, insieme a poche altre persone, in un pionieristico lavoro quasi manuale per sistemare, a Rotonda, la iniziale sede del parco, sono diventato immediatamente bersaglio e, negli anni successivi, un vero e proprio ostaggio.
Ho dovuto, dopo la fase di avvio dell’Ente, fare i conti con le più terribili maledizioni.
Nelle pur palesi condizioni di duro sacrificio personale, in cui sono stato costretto, il mio operato, anziché essere riconosciuto e gratificato per le prestazioni fornite, per la capacità e la competenza dimostrate, per la passione e la dedizione profuse, è stato, invece, destinato a farsi carico e a pagare il fio del pessimo operato dell’Ente.
È stata una spietata condanna, cui hanno concorso e concorrono tuttora, in modo empio e spregiudicato, molte e diverse responsabilità.

Lo scenario del Parco e i personaggi, che da anni lo popolano, sono evidenti e noti a tutti. I loro ruoli, le loro funzioni e le conseguenti responsabilità non possono essere nascoste.
Ciononostante, fin qui, sui disastri da essi provocati sono stati presi rimedi peggiori dei mali; sono state interrate le rovine, senza mai indagarne la natura e le cause.

Il Pollino, l'area protetta più grande d'Europa, ha bisogno di "legalità" e di "civiltà" – si dice nella citata conversazione via e-mail - per incamminarsi, finalmente, senza altri ritardi (sono già passati 15 anni dall’istituzione dell’Ente) e senza altre omissioni (sono già intervenuti due commissariamenti traumatici e dannosi), verso una buona politica a favore del Parco e del territorio.
Non si può continuare a fare - come è stato stigmatizzato - una "politica (con la «p» rigorosamente minuscola)", che "in generale ha trattato ed usato il Parco per ogni tipo di fine tranne quelli istituzionali".
In un contesto legalmente e civilmente risanato, viene giustamente sottolineata l’importanza di un direttore, che “potrebbe essere un ulteriore elemento di rafforzamento della tutela e della valorizzazione ambientale, cui l'Ente è istituzionalmente preposto".
Si avverte, in definitiva, la necessità di avere, finalmente, un direttore del parco all'altezza del ruolo che ricopre.

Che il parco del Pollino stia male è un dato di fatto innegabile e risaputo. Il rischio è che si aggravi irrimediabilmente, se alla cura della sua salute dovessero continuare ad applicarsi gli stessi metodi che lo hanno reso infermo.
I problemi sono troppi e troppo complicati; per venirne a capo occorre analizzarli attentamente e comprenderli. E per comprenderli occorre una rigorosa e intransigente operazione “verità”.
Ma non si fa nulla in tal senso.
La prima operazione “verità” riguarda la pianificazione ambientale, che manca e alla quale le politiche di indirizzo e di controllo dell’Ente parco nazionale del Pollino non possono e non debbono rinunciare.
È un nervo ancora scoperto.
La qualità ambientale nel parco è una condizione irrinunciabile; non si può negoziarla con interessi in gioco né passati nè recenti.
La qualità ambientale va garantita con scelte e decisioni assunte nell’ambito della pianificazione, il cui processo, purtroppo, non è stato mai messo in moto.
C’è, anche, una qualità delle procedure, anch’esse essenziali, che però, non trova grandi applicazioni e, quindi, finisce per nascondere obiettivi e metodi.
La politica e gli strumenti di indirizzo, di governo e di controllo, di cui il parco si deve dotare, hanno il compito di rendere chiare, esplicite e decisive le scelte di gestione del territorio e delle sue risorse. Nel caso particolare del Pollino, il Piano per il parco e il Regolamento del parco non esistono e non sono mai esistiti. In mancanza di Piano e di Regolamento, non è applicato, quindi, neanche il preventivo nulla osta, di cui all’articolo 13 della Legge n. 394/91, con il quale l’Ente parco, entro sessanta giorni dalla richiesta, “verifica la conformità tra le disposizioni del Piano e del Regolamento e l'intervento”, che si intende realizzare.

A partire dal processo di pianificazione, che non è una carta appesa al muro, tutte le finalità istituzionali di parco, nessuna esclusa, non sono state, perciò, mai messe in condizione di “funzionare”.
Oggi, tale processo rischia di diventare solo un interminabile e indefinibile dossier di carenze da rimediare, di deficit di interessi ambientali, culturali e scientifici da colmare.
Diventano, così, irreali ed inefficaci tutte le politiche attive di conservazione, di tutela e di valorizzazione, che invece vanno adottate con urgenza.
Qual è, ad esempio, la conservazione degli habitat, delle biodiversità, dei paesaggi, del pino loricato, dell’associazione abete-faggio e della fauna selvatica? Quali esiti hanno prodotto gli studi sull’ecologia e sulla conservazione del lupo, del capriolo, della lontra, degli uccelli rapaci? Come funzionano i centri visita già aperti? Qual è lo stato di attuazione del progetto di recupero dei Centri storici? Qual è il destino del progetto dell’Ecomuseo, finanziato con il programma APE? Quali sono i contenuti della ricerca scientifica e dell’educazione ambientale fin qui svolta? della comunicazione istituzionale?

Qual è la funzione della direzione del parco nazionale del Pollino, della quale pochi (malgrado il “sondaggio”) o nessuno si preoccupano veramente?
La figura del direttore di parco è stata da sempre oggetto di grande dibattito. È stata motivo di forti contrasti, per le diversità di visioni che si confrontavano, in sede di dibattito parlamentare e di approvazione, nel 1991, della legge quadro sulle aree protette.
Al comma 11 dell’articolo 9 della L. n. 394/91 è stato previsto di dare l’incarico di direttore di parco, “con contratto di diritto privato stipulato per non più di cinque anni”, a soggetti “particolarmente esperti in materia naturalistico-ambientale”, iscritti in un elenco di “idonei all'esercizio dell'attività”.
Negli Statuti degli Enti parco è stato, poi, specificato che “nell'ambito delle funzioni generali previste dalla legge per i dirigenti della Pubblica Amministrazione, il direttore di parco ha il compito di: a) formulare proposte per la definizione degli obiettivi dei programmi da attuare; b) adottare atti di gestione tecnica, amministrativa e finanziaria per la realizzazione dei programmi; c) adottare atti di gestione del personale; d) esercitare autonomi poteri di spesa connessi alle funzioni proprie; e) svolgere funzioni di segretario del Consiglio direttivo e della Giunta esecutiva.
Sono compiti, come è evidente, che richiedono competenze, e responsabilità, di ordine tecnico, amministrativo e gestionale, non semplici, specie nel caso del Pollino, dove il contesto politico-istituzionale, socio-economico, territoriale-ambientale e scientifico-culturale è molto vasto, articolato e complesso.
Nel commentario alla legge 394/91, curato da Gianluigi Ceruti, viene richiamato l’intento del legislatore di “garantire un alto grado di autonomia al direttore del parco, affinché quest’ultimo possa compiere il suo lavoro di tutela dell’ambiente naturale al riparo da eventuali indebite pressioni degli organi direttivi dell’Ente parco”.
La varietà e complessità di compiti faceva individuare al Ministro dell’epoca, nella sua relazione introduttiva alla I^ Conferenza Nazionale sui Parchi, del 25-28 settembre 1997 a Roma, una figura di “park-manager” per il direttore di parco.
L’intera materia della competenza, della capacità, della autonomia, della responsabilità dirigenziale era sottoposta alla applicazione del principio della distinzione di ruoli, come la nota del Direttore del Servizio Conservazione della Natura del Ministero dell’Ambiente DCN/3D/2002/9292, del 20 maggio 2002, si preoccupava di ricordare agli Enti parco nazionali, richiamando il decreto legislativo n. 29/1993, oggi n.165/2001, sull’attività di indirizzo amministrativo e sull’attività di gestione e sulla netta separazione tra le due attività stesse.
Nella nota veniva, appunto, richiamata “l‘attenzione sulla autonomia gestionale delle dirigenza rispetto al ruolo di indirizzo e di controllo attribuito agli organi di governo” e veniva evidenziata la tendenza, manifestata nel nuovo ordinamento, “a trasformare la dirigenza dell’amministrazione in management”.
La distinzione tra i poteri di indirizzo e di controllo politico, riservati agli organi elettivi, e quelli di direzione e di gestione, attribuiti al direttore, nel caso dell’Ente parco nazionale del Pollino non è stata, di fatto, mai applicata. La stessa funzione di direzione non ha avuto mai una effettiva operatività. Lo dimostrano la natura e le modalità di affidamento e di espletamento dei vari incarichi succedutisi negli anni, dalla istituzione dell’Ente ad oggi.

Nella lettera di dimissioni, che ho presentato il 21 gennaio 2002, prot. n. 470, all’indomani del primo commissariamento dell’Ente, avevo scritto testualmente: “In una condizione di generalizzato malessere dell’Ente Parco e del Pollino la attuale sovraesposizione mia personale e, soprattutto, del ruolo che ricopro, ben oltre alla mia stessa volontà, non giova né alla onorabilità umana e professionale mia né agli interessi dell’area”, confessando “la amarezza e la sofferenza personali per la rinunzia all’ambizione di diventare un Direttore all’altezza delle sue responsabilità”.
Alla scadenza, poi, del mio incarico, nella nota del 18 ottobre 2002 al Commissario dell’Ente e al Ministro dell’Ambiente avevo lamentato che “non si è data applicazione alla norma sulla distinzione dei ruoli, anzi la si è violata palesemente, ingenerando, oltre a gravi responsabilità in capo alla direzione, confusioni organizzative e funzionali ed anomale interferenze, che hanno destabilizzato l’assetto gestionale faticosamente costruito negli anni con le poche, e permanentemente in evoluzione, risorse umane e strumentali a disposizione, ignorando completamente o, addirittura, mortificando i principi della competenza, dell’autonomia e della responsabilità e quelli della buona amministrazione e del buon andamento del lavoro di ufficio”.
Sulla direzione del parco risultano particolarmente eloquenti le considerazioni contenute: 1) nella Relazione, del 28 settembre 2003, di “Verifica amministrativo-contabile” della Ragioneria Generale dello Stato– Ispettorato Generale di Finanza; 2) nella Relazione sul risultato del controllo, eseguito dalla Sezione del Controllo Enti, sulla gestione finanziaria 1995/2001 degli Enti Parchi Nazionali, approvata dalla Corte dei Conti con Determinazione n. 86 del 12 dicembre 2003.
Nella prima, dell’Ispettorato Generale di Finanza, è detto, innanzitutto, che: “Il direttore generale dell’Ente non risulta nominato secondo i dettami della legge n.394/1991 all’atto della verifica, essendo scaduto il precedente in data 20.10.2002 e non rinnovato” (Cfr.: delibere presidenziali n. 5 e n.6 del 2002).
È detto anche che: “Per quanto concerne l’applicazione del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, si è avuto modo anzitutto di rilevare che l’Ente Parco non ha predisposto un atto formale di recepimento dei principi sanciti della suddetta normativa, con particolare riferimento (art.4, 4°co.) alla distinzione tra funzioni di indirizzo e controllo (proprie degli organi «politici») e funzioni amministrative e gestionali (proprie degli organi o responsabili amministrativi), così come, altresì, indicato dalla circolare […] DCN/3D/2002/9292, del 20 maggio 2002”.
Nella seconda, della Corte dei Conti, è posto in evidenza che nello Statuto dell’Ente, ancora in vigore, “non viene fatta alcuna menzione alle norme di cui al D.Lgs n. 29 del 1993 non solo in tema di separazione di potere tra organo di governo e organo di gestione, in tema di responsabilità dirigenziale, in tema d’individuazione del responsabile dei procedimenti amministrativi, ma anche in tema di controllo di gestione, come indicato nell’art. 20 dell’allora vigente decreto”.
Nella stessa è ricordato che “l’art. 3, 1° e 2° comma del D.L.vo n. 29/1993 (oggi art. 4, 1° e 2° comma del D.L.vo n. 165/2001) ha statuito il principio generale valevole anche per gli enti pubblici non economici, della separazione delle competenze, secondo il quale agli organi di governo spettano la definizione degli obiettivi e dei programmi da attuare, nonché la verifica della corrispondenza dei risultati della gestione alle direttive generali impartite; ed ai dirigenti la gestione finanziaria, tecnica ed amministrativa, compresa l’adozione di tutti gli atti che impegnano l’amministrazione delle risorse umane e strumentali; agli stessi è attribuita la responsabilità della gestione e dei relativi risultati”.
È, infine, criticata la regolamentazione adottata in merito dall’Ente Parco Nazionale del Pollino, la quale, ad avviso della Corte dei conti, “disapplica in toto il nuovo modello di ripartizione delle competenze suindicato, vanificando la competenza del direttore dell’Ente parco alla concreta amministrazione e gestione”.

C’è chi dichiara nella sua e-mail di preferire “non abbinare al Pollino la parola «parco», forse abusata”.
Ha ragione.
Dopo la già difficilissima fase di avvio, nelle condizioni, in cui è stato ridotto il Pollino dal 1997 in poi, anch’io non credo che si possa parlare di «parco».
Ho lanciato, tempo fa, l’appello di “restituire” al Pollino il «parco» (si legga nel mio blog: http://annibaleformica.it/), per il quale io, insieme a tanti altri abitanti del luogo, per decenni ho lottato.
Non ho particolari remore ad accettare di essere incluso nella “nomenclatura”, quale uno degli aspiranti-direttore, anche se l’eventualità della decisione sulla terna e, ancor più, della nomina si sta dimostrando ogni giorno più remota o, forse, più soggetta a complicatissime congiunzioni astrali per la realizzazione di convenienze adeguate.
Nell’ambito delle mie funzioni tecniche (e non politiche), io ho adottato, nel giugno 2002, provvedimenti sulla Centrale del Mercure dei quali rispondo direttamente.
Se tali funzioni e responsabilità meritano commenti negativi, è corretto che se ne parli con cognizione di causa, soprattutto se a commentare sono persone che hanno ricoperto ruoli politici importanti e decisivi per il Pollino.
Le responsabilità, infatti, occorre che vengano assunte anche da parte di chi si sente titolato ad esprimere critiche severe verso altri.
L’uso dell’allusione, invece, è un esercizio molto commendevole, che serve solo a nascondere le proprie eventuali contraddizioni, debolezze, frustrazioni, antiche ostilità preconcette e malanimi.
La verità richiede intelligenza critica, forte capacità di discernimento, onestà intellettuale, altrimenti si rischia di parlare per fuorvianti luoghi comuni, come, appunto, per la “nomenclatura”, con un chiaro intento di disprezzo per il prossimo.

Sentivo dire da Erri De Luca, in una recente intervista televisiva, che le “quattro giornate di Napoli” non fanno storia; non sono ricordate, perché sono state sommossa spontanea di popolo, senza leader e senza istituzioni.
Come nel caso del Pollino.
Il Pollino, infatti, ha una storia di parco rimasta “figlia di nessuno”.
Annibale Formica


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