Il Prof. Romano Lazzeroni, professore emerito dell'Università di Pisa, l'8.5.2008
ha tenuto una lezione nel Dipartimento di Studi dell'Europa Orientale
dell'Università L'Orientale di Napoli, sul tema "L'albanese, lingua indoeuropea". La lezione, seguita da docenti e
studenti, rientra nell'ambito del Dottorato di ricerca in "Culture dell'Europa
Orientale".
.
La rappresentazione dell'albero genealogico delle lingue si basa sul principio "comodo" della successione cronologica e su affinità considerate eredità di una fase antecedente.
E' questa l'idea del mutamento monodimensionale che discende lungo un solo asse, quello del tempo.
Oltre all'asse temporale, le affinità possono essere conseguenza della contiguità di più lingue, ossia affinità che si sviluppano nello spazio.
La terza dimensione che incide nel mutamento linguistico è la dimensione socio-culturale dei parlanti.
Da ciò deriva che, se si tratta di lingue di epoca preistorica, la terza dimensione non può essere presa in considerazione per mancanza di dati.
1. L'indoeuropeo
Per lo studio dell'indoeuropeo, pertanto, si possono prendere in considerazione solo le prime due dimensioni, non essendo possibile avere conoscenza degli aspetti socio-culturali. Va sottolineato che nella ricostruzione, in fondo, non si ricostruisce l'indoeuropeo, ma l'Indoeuropa; si individuano, cioè, alcuni tratti linguistici rinvenibili nell'area indoeuropizzata.
Va anche tenuto presente che i popoli nella loro storia non si sono mossi come in una piazza d'armi, mantenendo, cioè, statica la posizione successiva all'espansione, ma si sono mossi in uno spazio dinamico.
Da cui consegue la difficoltà di stabilire la posizione originaria delle lingue europee e l'impossibilità quindi di dare soluzioni attendibili ai problemi.
2. L'albanese, lingua indoeuropea
Sulla collocazione dell'albanese nel quadro dell'indoeuropeo ha scritto per primo Bopp, studiando i numerali e i pronomi. Difficoltà si incontrano nel lessico per la sua consistenza diversificata in quanto parte del patrimonio lessicale albanese è romanzo, parte turco, mentre rimane modesta la base autoctona ereditata.
Un tratto estremamente conservativo per l'albanese è rappresentato dal mantenimento di tre serie di velari. Anche l'indoeuropeo si suppone che ne abbia avuto tre: 1) velare palatalizzata, 2) velare pura, 3) labiovelare. Tre serie di velari sono conservate anche in armeno (Pisani) e in tocario (Evangelisti). Ma in tempi recentissimi il glottologo Prof. Franco Fanciullo ha messo in dubbio l'esistenza delle tre velari in indoeuropeo.
2.1 Rapporti preistorici
Sono noti i rapporti storici tra l'albanese e le altre lingue balcaniche (E. Banfi), mentre quelli preistorici lasciano il problema insoluto per mancanza di dati sufficienti.
I rapporti fra le lingue farebbero presupporre qualche affinità tra l'albanese le lingue baltoslave e il greco. La posizione dell'albanese col greco si basa su dati concreti, in quanto si sa dove il greco si è sviluppato, mentre il rapporto con le lingue baltoslave rimane incerto, in quanto di queste si ignora la loro diffusione ed evoluzione in epoca preistorica essendo entrate nella storia solo nel X secolo con la loro cristianizzazione.
Si pone pertanto il problema a) della discendenza dell'albanese, b) del territorio dove si sia formato l'albanese.
a) Per quanto concerne la genealogia, sono state avanzate due ipotesi: 1) gli albanesi sono i discendenti dei traci, 2) gli albanesi discendenti degli illiri.
Dei traci sono giunti a noi solo pochi nomi propri, insufficienti per un'attendibile deduzione.
I rischi sono elevati nel proporre conclusioni: se ci si limitasse, ad esempio, ai soli nomi propri italiani, si rischierebbe di spiegare il nome Fernando come gerundio di un ipotetico "fernare". Dell'illirico la testimonianza più cospicua è in Puglia che conserva poche iscrizioni funerarie, anch'esse del tutto insufficienti per una seria definizione del problema.
Quindi da un punto di vista rigorosamente scientifico non si è in grado di propendere né per l'una né per l'altra ipotesi.
b) Per quanto attiene allo spazio, gli studiosi si chiedono se gli albanesi in epoca preistorica abbiano abitato nei territori che occupano tuttora, ossia in una zona aperta al mare.
Probabilmente no! Se ci si muove sulle tracce di alcuni toponimi albanesi, essi sembrerebbero rivelare una fonetica slava, il che vorrebbe dire che prima degli albanesi ci sarebbe stato un popolo che parlava slavo. Ma il relatore argomenta che se è vero che alcuni nomi propri si possano spiegare con la fonetica slava, è anche vero che altri toponimi e idronimi, quale Shkumbini, si spiegano bene con la fonetica albanese.
Se ci si muove sulla terminologia peschereccia, si nota che essa è essenzialmente di origine latina e romanza. Questo presuppone il dato che quando un popolo prende a prestito una parola da un altro popolo vuol dire che prima non conosceva l'oggetto designato da quella parola.
In questa mancanza di dati fermi, appare accettabile, pertanto, la conclusione di N. Jokl secondo cui la determinazione sull'origine trace o illirica è impossibile, anche perché non si può tracciare un confine tracio-illirico.
E' anche incerto se si sia trattato di lingue diverse o di un'arealità balcanica preistorica tracio-illirica parallela (Pisani), simile a quella che oggi lega i popoli balcanici.
Allora appare chiarificatrice la domanda: se dell'albanese non ci rimanesse niente, se neanche dei popoli balcanici non ci rimanesse niente, al di fuori di quei tratti che li accomunano, cosa si potrebbe concludere?
Certo è che l'albanese è una lingua indoeuropea, ma è praticamente impossibile ricostruirne la preistoria.
La scienza va avanti non solo per l'acquisizione di nuovi dati, ma anche per la correzione degli errori del passato.
La tendenza a ricercare necessariamente le origini di un popolo è un gusto romantico di origine settecentesca, a cui vanno attribuiti anche i miti che sopravvivono ancora oggi.
Si può concordare con Vittore Pisani quando afferma che è un falso problema chiedersi quale sia l'origine di una lingua, in quanto ciò presuppone che quella lingua, o gli antenati di quella lingua siano sempre esistiti.
Il problema diventa più reale se si tiene presente che le lingue non vengono generate, ma le lingue si formano attraverso una quantità di processi che magari possono avere origine fuori dalle loro sedi storiche e poi continuano nei propri territori.