La Chiesa ha realizzato questo ministro di riconciliazione attraverso una prassi che ha assunto diverse forme nelle varie epoche che si possono identificare in tre più rilevanti:
- Epoca delle disciplina "classica" (canoni degli antichi concili e Padri del IV secolo);
- Epoca del predominio dei libri disciplinari, dei Nomokànones penitenziali;
- Epoca dello sviluppo moderno, i Nomokanones persero il loro predominio"
Nella Chiesa antica il processo della penitenza comprendeva tre momenti:
Ø Il peccatore noto per gravi peccati veniva escluso dalla Comunità ecclesiale;
Ø Seguiva il periodo di penitenza vero e proprio per un certo numeri di anni;
Ø Riammissione alla Comunione, una volta compiuta la penitenza.
Il terzo momento era fortemente contrastato. Vi erano correnti rigoriste - come il montanismo e le tesi di Novaziano - che riducevano il potere di perdono della Chiesa. Un'altra corrente sottolineava la misericordia divina e il conseguente comportamento della Chiesa (Canoni di S. Basilio, canone 102 del Concilio Trullano del 692). "Il canone significa il riconoscimento di un cambiamento radicale verificatosi nella storia della disciplina ecclesiastica" (Wagner). Liturgicamente il processo di riconciliazione comportava quattro gradini:
- Il primo era quello della compunzione: "pianto"davanti alla chiesa;
- Il secondo è quello dell'ascolto delle Scritture in chiesa;
- Il terzo è quello delle "prostrazioni", sui penitenti la Chiesa fa delle preghiere;
- Il quarto, il più alto, è quello dello "stare insieme", partecipazione alla preghiera comune.
La seconda epoca è caratterizzata dai Nomokanones, manuali per i confessori, fenomeno parallelo ai libri poenitentiales occidentali quasi contemporanei. "I Nomokànones presuppongono l'istituzione della confessione privata" (Wagner). Indicano le epitimie, atti di penitenza da compiere. Viene intrapreso un ampio adattamento delle antiche regole alle nuove circostanze storiche ed ecclesiali.
Il tentativo decisivo di adattare le antiche regole penitenziali alle nuove circostanze viene attribuito tradizionalmente al Patriarca di Costantinopoli Giovanni IV il Digiunatore (582-595). Ancora il libro penitenziale di S. Nicodemo l'Agiorita (Exomologhitàrion dell'anno 1818) si fondava sul Kanonkòn di Giovanni il Digiunatore. Questi ha espresso il suo principio: "Presso gli antichi Padri e Basilio il Grande non troviamo prescritto né digiuno né veglie notturne né un preciso numeri di genuflessioni, ma soltanto l'esclusione dalla Santa Comunione. Però noi troviamo giusto che quelli che veramente fanno penitenza...possono abbreviare il tempo" della scomunica. Il confessore diventa quasi il giudice che in base al Nomokànone determina la pena. Progressivamente si è formato un vero rito della confessione, accolto negli Evchològhia dal Groar in poi con diverse preghiere di assoluzione. Il Goar di fronte a certi occidentali, che pensavano che i bizantini non avessero la penitenza, pubblicava una preghiera di assoluzione e "aggiungeva in appendice all'edizione critica dell'Eucologio un rito di tipo misto (presbiterale-monastico) trovato in un "vetustissimo codice" del secolo XVI che sarà adottato dalle edizioni ortodosse di Venezia a partire dal 1692, diventando il rito o akolouthia di confessione dell'attuale Euchologio stampato" (Arranz)
Gli attuali Evchològhia riportano il rito liturgico della penitenza che è una vera e propria akolouthia, e questo tanto negli Evchològhia ortodossi quanto quello di Roma (1873). E con lo stesso titolo (Akolouthia tōn exomologoumènōn). L'Aghiasmatàrion di Roma (1954, vol. I) riporta due akolouthie di cui la seconda "abbreviata" (sýntomos). Gli autori più recenti mettono in rilievo l'aspetto terapeutico delle pene ecclesiastiche (Besa/Roma)
Il circolo Besa di Roma ha organizzato un ciclo di lezioni sul tema "I sacramenti nella Chiesa bizantina". Prossima lezione il 17 Marzo.