Poco meno di cinquemila abitanti, appollaiati sulle falde
degradanti le suggestive colline presilane, dalle quali
gli occhi spaziano sulla magnifica visione offerta
dalla bassa valle del Crati, dal maestoso Pollino e
dall’estesa pianura di Sibari, S. Demetrio Corone è una
delle isole italo-albanesi, dagli interessanti spunti turistici
e dagi indiscussi attributi culturali, dove ancora,
da quattro secoli, si conservano la lingua, il rito bizantino
e secolari tradizioni.
.
Le sue origini risalgono alla seconda metà del secolo
XV, quando masse di profughi albanesi, dopo essersi
fermamente opposti ai turchi in difesa della cristianità
e della propria terra, trovarono asilo nel Regno di Napoli.
Il primo documento in cui è riportata la presenza degli
albanesi nel territorio di Sancti Dimitri, borgo preesistente
al loro arrivo, risale al 1471. Si tratta delle capitolazioni
stipulate tra l’abate barone dell’abbazia di
Sant’Adriano e i nuovi arrivati, ai quali fu concesso di
edificare casupole e pagliai e coltivare terreni incolti
appartenenti alla comunità monastica.
Dopo l’unità d’Italia, a quello già conosciuto, fu aggiunto
il nome di Corone (11863), in memoria di Corone
di Morea, città greca dalla quale provennero, verso
il 1543, altri numerosi gruppi di profughi grecoalbanesi.
La lingua parlata è l’arbëreshe, una derivazione del
dialetto delle regioni meridionali dell’Albania, il tosco.
{mospagebreak title=Chiesa di Sant"Adriano}
Fu un monaco rossanese, Nicola Malena, poi santo, ad
erigerla attorno al 995 in prossimità di un antico romitorio
dedicato dagli eremiti basiliani ai santi Adriano e
Natalia, martirizzati in Bitinia (Turchia) al tempo delle
feroci persecuzioni dell’imperatore Diocleziano.
Dopo qualche anno il fondatore la trasformò in Monastero,
che presto si ingrandì per diventare attivissimo
centro agricolo, luogo di studio e fecondo centro di
spiritualità. Ma dell’impianto conventuale edificato da
S. Nilo e dai suoi confratelli nulla o quasi è rimasto.
Distrutto dai saraceni, tra il 975 ed il 980, fu in seguito
riedificato dagli stessi discepoli del santo. Principi e
baroni normanni lo arricchirono di numerosi feudi, lo
ampliarono ed abbellirono attraverso determinati interventi
architettonici, soprattutto durante i quindici anni
di dipendenza dalla abbazia benedettina di Cava dei
Tirreni.
Oggi l’antico tempio, autentico gioiello d’arte, significativo
esempio di stile normanno-bizantino, riflette ancora
stili diversi derivanti da non pochi interventi edilizi
e mutilazioni subite nell’arco della sua millenaria
storia.
La parte più pregevole è l’interno a tre navate. Sul meraviglioso
pavimento a mosaico marmoreo, databile
alla fine dell’XI secolo, spiccano quattro mosaici ispirati
a motivi zoomorfi: felini e serpenti dai misteriosi
significati simbolici. L’altra preziosità sono gli affreschi:
immagini di santi, anacoreti, vescovi orientali nei
sottarchi. Interessanti anche le immagini delle navate
laterali: santi, militari e monaci, in quella di sinistra,
sante nell’altra con una raffigurazione della Presentazione
di Maria al Tempio. Non meno attenzione meritano
le maschere di uomini e gatti e le immagini di
mostruosi pesci dalle misteriose allegorie, disseminate
in tutta la Chiesa.
{mospagebreak title=Eremo di San Nilo}
Immerse nel dirupo denominato Sant’Elia a poca distanza
dalla Chiesa di Sant’Adriano, esistono ancora le
diroccate mura di un antico santuario.
E’ ciò che resta di una vecchia cappella eretta dai monaci
del monastero in memoria del loro confratello Nilo.
Alla continua ricerca di luoghi solitari e silenziosi, qui
il monaco rossanese si imbattè, probabilmente, in un
anfratto naturale dove si ritirava in meditazione ascetica.
I monaci in prossimità della grotta edificarono un romitorio
di cui oltre le mura perimetrali esiste un interessante
affresco, ormai quasi completamente distrutto
da vandali, raffigurante S. Nilo orante davanti ad un
crocifisso e resti di altri affreschi.
{mospagebreak title=Collegio italo-albanese}
Autentica peculiarità del patrimonio culturale locale, lo
storico Pontificio Collegio Corsini, fondato a S. Benedetto
Ullano nel 1732 ed in seguito trasferito (1794)
dal re Ferdinando IV di Borbone a San Demetrio Corone,
presso i locali del soppresso monastero di S. Adriano.
Il Collegio, chiamato Corsini dal nome di famiglia del
pontefice che ne decretò la fondazione, continuò a
svolgere le funzioni che erano alla base della sua istituzione:
curare l’educazione e l’istruzione negli studi
classici, nelle scienze teologiche e nei riti liturgici dei
giovani italo-albanesi cattolici di rito bizantino, intenzionati
a diventare presbiteri. In duecento anni di storia
sandemetrese l’istituto crebbe in prosperità e lustro,
diventando faro di luce intellettuale e civile per l’intera
Calabria. Nel 1810 fu elevato a Liceo da Gioacchino
Murat. “Fucina di diavoli” lo definirono i Borboni per
la partecipazione di parecchi suoi studenti e insegnanti
ai moti risorgimentali calabresi con non poco contributo
di sangue versato per l’unità d’Italia.
Statalizzato nel 1923, il Collegio e l’annesso Liceo,
uno dei primi in Calabria, accoglieva circa 200 studenti,
una dozzina dei quali di nazionalità albanese, da cui
il titolo di “Collegio italo-albanese internazionale”.
{mospagebreak title=Chiesa di San Demetrio Megalomartire}
E’ situata nella parte centrale del paese. Furono gli albanesi
a costruirla, o a ricostruirla intorno al 1600, utilizzando
il terreno circostante la sepoltura dei morti.
La parte più antica della chiesa è la cappella dedicata
al Santo Protettore, rialzata di cinque gradini rispetto al
pavimento. Essa si presenta con un altare di rito latino,
con una cupoletta affrescata da immagini raffiguranti
angeli in preghiera, un quadro e quattro medaglioni
che raffigurano il martirio ed i momenti più significativi
della vita del Santo.
Ad essa fu affiancata subito dopo la Congrega della
Madonna del Suffragio. Costruita su un livello inferiore,
presenta una cupola da tegole e cerchi digradanti,
affrescata all’interno con immagini angeliche.
La chiesa allungata nel 1787 è stata costruita a tre navate
uguali in epoca successiva. La navata centrale
venne elevata nel 1859. Dopo l’elevazione dei muri
della navata maggiore è stato necessario costruire di
sana pianta anche il campanile, utilizzando il muro esistente
e prolungando gli altri.
Questa chiesa, che ha due ingressi, fu una delle prime
chiese italo-albanesi ad avere l’iconostasi con le icone
e l’altare greco. L’iconostasi è incastonata tra due colonne
sulla cui sommità poggiano le basi di un grande
arco al di sopra del quale un grande Cristo Pantokrator
in mosaico domina su tutta la chiesa, opera del mosaicista Biagio Capparelli, autore di tutti i mosaici presenti
nella stessa. Anche l’altare, a forma regolarmente
quadrata, è sormontato da un baldacchino anch’esso
mosaicato dallo stesso autore con una sublime raffigurazione
della creazione del firmamento ad opera di Dio
Padre, terminante sulle quattro colonne che raffigurano
i simboli dei quattro evangelisti.
La chiesa - che testimonia tutti gli avvenimenti del
passato: la lotta contro i terremoti, la difesa del rito
greco, il continuo contributo economico della popolazione,
e non certo delle forze politiche, per il miglioramento
- è stata più volte restaurata. Recentemente la
chiesa è stata abbellita con una serie affreschi bizantini
realizzati dall’iconografa Rita Chiurco che rappresentano
scene relative al battesimo di Cristo ed un meraviglioso
ciclo della vita della Vergine che proprio in
questo periodo sta per essere completato (Besa/Roma Gennaio 2007).
Bibliografia
Mazziotti: Immigrazioni albanesi in Calabria nel XV
secolo e la Colonia di S. Demetrio Corone (1471-
1815) Ed. Il Coscile, 2004; D. Cassiano, Le comunità
arbëreshe nella Calabria del XV secolo, Ed. Brenner,
Cosenza 1977; D. Cassiano, Sant’Adriano, vol. I,
1997; vol. II, 1999, Ed. Marco, Lungro; S. Bugliaro, S.
Demetrio Corone e Macchia nella prima metà del 700,
Studio Zeta, Rossano 1998; G. Cava, Il Monastero basiliano
di S. Adriano e la comunità vassallatica italoalbanese,
Poligrafico, Salerno 1984; G. Tocci, Memorie
storico-legali per i comuni albanesi di S. Giorgio,
Vaccarizzo, Macchia, S. Cosmo e S. Demetrio nella
causa dello scioglimento di promiscuità contro il comune
di Acri dinanzi al prefetto, Tip. Bruzia, Cosenza
1865; D. Zangari, Per la storia del basilianesimo in
Calabria , la Badia di S. Adriano nel secolo XIII. Documenti
inediti di Federico II, Ed. R. Ricciardi, Napoli
1931. P. De Leo, Le immigrazioni albanesi dal tardo
Medioevo all’età moderna, vol. “Minoranze etniche in
Calabria e Basilicata”, Ed. spec. Carical, 1988; C. Rotelli
(a cura di) A.A.V.V., Gli albanesi in Calabria,
(sec.XV-XVIII), Orizzonti Meridionali, Cosenza 1988.