Incantesimo all’imbrunire Magji kur rri e sërposet

Scritto da Lucio Franco Masci il . In Varie

perlasalvaguardiadelpatrimonio“…më fërnoj luftzën
e perëndoj dielli…”
da: ‘Kënka Skanderbekut ‐ Rapsodhì arbëreshe’
(Emanuele Giordano, Folklore albanese in Italia, 1957)
“…terminò la lotta,
e tramontò il sole…”
da: ‘La canzone a Skanderbeg ‐ Rapsodia italo‐albanese’

 

Tornare in un luogo che ci ha lasciato un’indelebile impressione, nonostante sia passato tanto tempo, è sempre emozionante. Tornare in un luogo dove si celebra un caratteristico evento che ti riguarda, che appartiene alla tua gente, alla storia della tua famiglia, e all’ancestrale intimità che vive dentro il tuo essere, è  un’esperienza plurima e, nello stesso tempo, assoluta. Tornare in un luogo, dove, per la prima volta, sei stato insieme a una persona amica, il cui percorso in questo mondo è stato interrotto qualche anno dopo quella scoperta, è anche straziante, poiché quel posto ti parla della sua assenza.
L’ultimo martedì di Pasqua (Martë e Pashqëvet), abbiamo accompagnato un’amica del nord‐est, incuriosita dalla manifestazione delle Valle (Ridde), a Civita (Çifti),
splendida località, in provincia di Cosenza, ubicata ai piedi della catena montuosa del Pollino (Pulini). Secondo alcuni studiosi, il nome di questa montagna, in latino Mons Apollineus, deriva da monte di Apollo, il dio greco della medicina, a lui dedicato, in epoca ellenica, per la cospicua crescita di piante officinali che gli antichi greci raccoglievano per svariati utilizzi, ma prevalentemente per scopi farmacologici. Qui, si rifornivano anche di pregiato legname, soprattutto per la costruzione di imbarcazioni. È proprio in questo territorio che vegeta una rara conifera, il Pino Loricato (Pinus Leucodermis), autentico spettacolo da ammirare per la sua imponenza e per la straordinaria bellezza. Trasmigrato dai Balcani, attecchì in varie alture del meridione della Penisola, ma solo in questo massiccio, che ora fa parte dell’area protetta più estesa d’Italia, il Parco Nazionale del Pollino, è ancora presente in un buon numero di esemplari. Riguardo a queste montagne, scriveva in Old Calabria, pubblicato nel 1915 a Londra, Norman Douglas: “…chi abbia voglia di godere la bellezza di questi paesaggi selvosi prima che scompaiano dalla faccia della Terra, dovrà affrettarsi”. Questi luoghi, nel corso del tempo, hanno subito tante “perdite”, come aveva previsto il viaggiatore britannico, ma non hanno perso la loro bellezza e il loro particolare fascino.

Nel tardo pomeriggio, quando il consueto giro di danze lungo le strade del centro di Civita volgeva al termine, dopo qualche veloce saluto, abbiamo lasciato il delizioso paese e ci siamo diretti verso l’imbocco dell’autostrada, intenzionati a recarci in un altro posto.
Mentre eravamo sulla strada provinciale, che va a nord‐ovest, i bagliori dell’ultimo sole calante contribuivano a far risaltare la particolare conformazione piramidale dei monti Sant’Angelo e Monzone, accentuando il fascino di questi luoghi e rendendo più amara la nostra partenza. Sulla nostra destra, a nord‐est, si scorgevano le cortine di abitazioni di un centro abitato, ossia quelle della ridente frazione di Eianina (Ejanina) colpite da una flebile e carezzevole luce radente. Volgendo lo sguardo più a nord, verso un altro agglomerato urbano, affiancato a quello prima citato, scrutandolo, ho avvertito un richiamo e non ho potuto fare a meno – il desiderio era troppo forte – di insistere per cambiare direzione e dirottarvi il gruppo di amici. Transitando là vicino, senza fermarmi, sarebbe stato come passare davanti all’abitazione di un vecchio amico e non andare a salutarlo. E poi in quel particolare giorno, a quell’ora, dovevo a ogni costo fermarmi là, poiché se non l’avessi fatto avrei ingannato me stesso, la mia gente, la nostra storia: un imperdonabile tradimento. L’area in cui ci trovavamo aveva ammaliato anche Luigi Veronelli, soprattutto per il prelibato nettare degli Dei prodotto in questo caratteristico territorio. Il Maestro, prima del trionfo del vino‐vetrina, da lui aspramente criticato, scriveva su «L’Espresso» (n. 271, 9 novembre 1986) “…il vino del Pollino – nelle due versioni Rosso rubino e Rosso cerasuolo – della Cantina Sociale ‘Vini del Pollino’: buoni, più che buoni, abbraccianti… so che quei due, Rosso rubino e Rosso cerasuolo, mi hanno conquistato”. È proprio qui che fu fondata una delle prime cantine sociali dell’estremo meridione: tuttora qui si producono ottimi vini, utilizzando, soprattutto, due prestigiosi vitigni autoctoni; il Magliocco, (in greco antico, secondo alcuni, significa, “nodo stretto”, per altri, “nodo tenerissimo”), uva a bacca nera, e il Montonico (in greco antico equivale a “profetico”), a bacca bianca. E tanti sono i luoghi di ristoro che offrono prelibate pietanze tipiche cucinate magistralmente; una delle più rinomate è l’agnello o il capretto alle erbe del Pollino. Inoltre, nelle vicinanze, in questa terra fiorente di funghi, nella località Commenda di Malta e, qualche chilometro più in là, nel demanio di Castrovillari (nelle aree Santo Iorio, Marcellina e Conca dei Re), vengono ricercati pregiati tartufi, come il Mesenterico, lo Scorzone, l’Uncinato, il Moscato, nonché il raro Tuber magnatum, ossia il Tartufo bianco. Un volta scesi dall’automobile, trovarsi di fronte una targa con scritto Ka Sa Lluçia (“Nella zona di Santa Lucia”), per chi di noi non conosce questa realtà, è motivo di grande curiosità, per cui mi ritrovo a spiegare di nuovo che anche tale centro urbano, come Civita ed Eianina, appartiene al gruppo etno‐linguistico arbëreshë. La comunità, al pari delle altre sorte in quest’area protetta, è stata fondata nella seconda metà del XV secolo da profughi albanesi e greci trasmigrati dai Balcani – proprio come i vigorosi pini loricati – a causa dell’inarrestabile avanzata turco‐ottomana in quella regione geografica.
Continuiamo il percorso e, dopo pochi metri, appare un’altra targa: Ka shesh i Skapilit; proseguiamo e in un cantonale troviamo un’altra insegna, questa volta con scritto, sopra, “Via dei Latini” e sotto Udha e Lëtinjvet, toponimo presente in vari nuclei urbani arbëreshë. Per latini s’intendevano, ed è ancora così, gli abitanti autoctoni: secondo alcuni studiosi, quella strada era abitata da indigeni, mentre altri sostengono che fosse destinata al loro accesso. Infatti, in passato, të huajtë (gli stranieri) potevano entrare nei villaggi arbëreshë solo in determinati giorni dell’anno: uno di questi era il martedì dopo Pasqua (E Martja e Pashkëvet), appunto detto Martedì dei latini. Ciò non significa che gli italo‐albanesi (arbëreshë) fossero ostili nei confronti di chi non appartenesse alla loro etnia; al contrario, nel loro codice comportamentale di riferimento, il Kanun, “Diritto consuetudinario delle montagne albanesi”, di Leke Dukagjini, si legge: “La casa dell’albanese è di Dio e dell’ospite”. Inoltre, basta citare un celebre detto: “Mbjidh të huajin!” (“Accogli l’ospite!”), per comprendere il rispetto che questo popolo aveva e ha nei confronti degli estranei. Tuttora questa peculiarità dell’accogliere l’altro persiste: ammirevole è l’esempio che ne ha dato il Comune arbëresh di Acquaformosa (Firmoza), non distante da qui, che in questi anni di massici spostamenti migratori ha ospitato un notevole numero di profughi, i quali si sono integrati senza difficoltà nella comunità. Proseguendo il nostro percorso, giunti in uno slargo (shesh), ci è apparsa davanti la graziosa facciata di una chiesetta, al cui centro, sopra il portale, era incastonato un mosaico in stile bizantino con la canonica figura di Santa Lucia (Sa Lluçia): così ci si è svelata la ragione della scritta Ka Sa Lluçia, in cui ci eravamo imbattuti all’inizio. Istintivamente, ci siamo immessi nella via che si apriva alla sua destra e, subito dopo, abbiamo iniziato ad avvertire delle voci in coro che diventavano sempre più intense, man mano che andavamo avanti. Ish e serposei (iniziava a imbrunire) e nei miei pensieri hanno ripreso vita le parole dell’amico giornalista Luigi Di Fonzo, di quando, in quel particolare e misterioso momento della giornata in cui non è più giorno né ancora notte, insieme vagavamo per i viali di una metropoli. In quella circostanza lui sovente affermava che in quella fase del giorno, che adorava, tutto ciò che ci circonda assume qualcosa di magico permettendo di vedere e percepire alcune sfumature che non è possibile cogliere quando c’è molta o troppo poca luce. Ho sempre pensato la stessa cosa.
Mentre rimuginavo queste considerazioni, siamo giunti in un ampio slargo, qaca (piazza) dove, a destra della nostra visuale, si ergeva la maestosa chiesa matrice di Santa Maria Assunta, internamente ordinata nello stile dello splendore bizantino. Infatti, in questo, e in altri centri arbëreshë, si preserva il rito greco‐bizantino di credo cattolico. L’area posta al fianco sinistro, guardando la facciata dell’edificio di culto, era gremita di gente. Tra queste riconosco uno stimatissimo papàs (sacerdote), con il kalimafion in capo, e la consorte che mi salutano calorosamente, un altro insigne prelato, colonna portante della diocesi di Lungro (Ungra), paese pure italo‐albanese, con l’intera famiglia, l’avevo incrociato, prima, a Civita. Al centro della strada, alcuni capannelli di persone disposte a forma di U, “legate”
l’una all’altra tramite fazzoletti, perlopiù bianchi, che stringevano con la mano. Alle estremità vi erano due, tre uomini mentre il resto del gruppo era composto da donne: tutti insieme innalzavano al cielo antiche rapsodie. Ognuno di loro emanava una particolare luce, più di tutti le donne, che indossavano gli stupefacenti costumi tradizionali con ricami d’oro. Gli antichi canti intonati rievocavano una memorabile, agguerrita battaglia, vinta dal condottiero albanese Giorgio Castriota Skanderbeg contro il traditore Balaban, combattuta durante il cosiddetto Moti i madh (Tempo grande), esattamente il 27 aprile 1467; quel giorno era il martedì successivo alla Pasqua: per tale ragione ogni anno e martja e Pashkëvet (il martedì dopo Pasqua) si celebrano le Valle, le quali non sono altro che delle ridde, ossia delle danze cadenzate, in ballo tondo, in cui si intonano antiche rapsodie, soprattutto, in onore dell’eroe albanese, prima citato. Riguardo alle usanze degli arbëreshë, scriveva Vincenzo Dorsa, in un articolo, “I Calabro Albanesi”, apparso sulla rivista Il Calabrese (15 ottobre 1843); “In simili feste gli albanesi toccano l’eccesso dell’allegrezza; ma serbando sempre inalterabile il buon ordine, non perdono né di contegno né di decenza…”.

Nel corso dell’evento vagano per il centro urbano alcuni individui denominati “tintori”, che chiedono alle persone sospettate di essere lëtinjë (stranieri) di pronunciare correttamente qualche locuzione nell’idioma arbëresh – solitamente si usa “Tumacë me qiqra” (“Tagliatelle e ceci”) – e se il malcapitato non sa articolare bene la frase gli viene tinto il viso di kamné (fuliggine). Altra usanza, da parte del gruppo danzante, è quella di individuare un lëtirë (straniero) o un arbëresh preso di mira, accerchiarlo cantando e, in girotondo, accompagnarlo in un locale per farsi offrire da bere. Altri giovani ripetono il rito della Kutula (Cranio) portando in giro un teschio di animale per poi rivolgersi a una persona esclamando: “kujto se ke të vdesësh!” (“Ricordati che dovrai morire!”). Un altro importante tema che si vuol ricordare in questo giorno riguarda la besa, ossia la parola data, che per gli arbëreshë possiede una certa sacralità: non la si può assolutamente disattendere. E, appunto, una delle antiche rapsodie rievoca una delle versioni, ne esistono diverse, della leggenda (ripresa anche dallo scrittore Ismail Kadare in Chi ha riportato Doruntina?, del 1980) di Kostantino e della sorella Jurendina, che avevano altri sette fratelli e appartenevano a una notabile famiglia d’Albania. Quando la mano di Jurendina viene chiesta da un ricco signore che vive in un luogo lontano, sia i genitori che i fratelli non sono propensi al matrimonio, perché l’unica figlia femmina si sarebbe allontanata dalla famiglia. Tuttavia, Kostantino, l’unico favorevole a tale unione, dà la sua “parola” (fjala = besa): “Vet’e e marr e më t’e siell” (“Vado io e te
la riporto.”): in sostanza, promette alla madre di andare a prendere la sorella ogni qual volta lei la desiderasse a casa. Così, “por te fjala e Kostandinit Jurëndinen e martuen” (“In virtù della parola di Costantino hanno sposato Jurendina”). La ragazza, dopo le nozze, va a vivere nel paese del coniuge. Dopo poco tempo, nei territori in cui vive la famiglia della sposa, scoppia una sanguinosa guerra, nella quale gli otto fratelli perdono la vita. Kostantino non può rinnegare la besa (promessa) e, dato che la madre desidera fortemente rivedere Jurendina, ritorna in vita e va a prendere la sorella per portarla da lei. Mentre sono in viaggio, la giovane, ignara di tutto, è sbalordita vedendo il fratello impolverato e sentendolo lamentarsi continuamente di avere freddo. Una volta giunti sull’uscio di casa, lui la lascia e se ne va. Quando la madre apre la porta e scorge la figlia, le chiede chi l’avesse accompagnata, e lei risponde che era stato Kostantino.
Costernata, la donna rivela che il fratello, insieme a tutti gli altri, era caduto in battaglia. La commozione e il dolore delle due sono talmente intesi che entrambe perdono la vita. Ancora, in questa manifestazione, durante la tarda serata saranno intonati i vjersh (versi, canti, stornelli); in realtà, come sostiene lo studioso Giuseppe Baffa, “Vje(r)sh per un arbëresh è molto di più. È un impeto irrefrenabile e inarrestabile che sgorga dal cuore e dalle viscere di chi lo intona, alla luce del sole o protetto dalle ombre della notte, nelle quali si rifugia da occhi indiscreti. Può essere dettato da svariati sentimentiTra le atmosfere dei luoghi arbëreshë che spaziano dall’amicizia, dall’amore, all’odio, al rammarico, alla malinconia, alla gioia ecc.”, (Vjesh – Il canto popolare di Santa Sofia d’Epiro, 2010). In questa singolare giornata, ciò che anima e unisce il tutto è il senso della vëllamja, ossia della fratellanza, che per gli arbëreshë non è solo un rito antico, ma rappresenta, e speriamo che sia ancora così, l’essenza stessa della loro identità. Lo sciame di quegli antichi e luminosi canti, la flessuosità dei movimenti delle danze che ricordano lo sciogliersi delle nevi e l’inverno che termina il suo ciclo per cedere il posto alla primavera e quindi alla rinascita; la lucentezza delle pietre della chiesa, il cui interno viene cosparso di foglie di dhafen (alloro) il precedente sabato, E Shëtune e Javes e Madhe (Il Sabato Santo della Grande Settimana), mentre ancora, nel silenzio, riecheggiavano i vibranti canti liturgici dell’aristocratica lingua greca, intonati nei giorni passati; gli sguardi ammalianti e nostalgici di tutte quelle persone che sembravano essere là da sempre…
Queste e tante altre “sfumature” di quella magica atmosfera, in cui tutto e tutti brillavano, mi hanno rapito, trascinandomi in un piacevole vortice e trasportandomi in un altro tempo e in un altro spazio. Certamente Frasnita (Frascineto) – il luogo che aveva dato i natali a Vincenzo Dorsa, Ujko Vorea, Emanuele Giordano, solo per citare alcune personalità – in quel momento era il posto più bello del mondo.

KUDO QË TË JESH

Kur vala e jetës këputet
mbi gurinat e deluzioneve,
kur në çdo kopsht
kumbulla dhe qershia
janë të thata
e shqetësimi ja pi gjakun
orëve të pritjes,
në atë çast ndokush
zgjat dorën mbi dhe
për një grusht dashuri.
Kudo që të jesh
në mërgim a në burg,
i etur a i urët
i arratisur i përndjekur,
i dërmuar e përmbysur
i përbuzur
ti je vëlla i dashur.
Për ty unë do ta ruaj
pikën e fundit
të bucelës sime.
Ujko Vorea
(Poesia tratta da “Kosovë”, 1973)

OVUNQUE TU SIA
Quando l’onda della vita s’infrange
contro la pietraia delle disillusioni,
quando in ogni giardino
il pruno e il ciliegio
sono ormai secchi
e l’inquietudine beve il sangue
alle ore dell’attesa,
in quel momento ognuno
sulla terra tende la mano
per un pugno d’amore.
Ovunque tu sia
in esilio o in prigione,
assettato o affamato,
fuggitivo e perseguitato,
deriso
tu sei un fratello amato.
Per te manterrò
l’ultima goccia
della mia borraccia.
Ukjo Vorea

 

Lucio Franco Masci

 

articolo pubbblicato sull'ultimo numero della Rivista "APOLLINEA" - Settembre-Ottobre 2016 Magji ku rri e sërposet... (Incantesimo all'imbrunire)

 

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