La cucina del Monte Athos

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athos-food-2La cipolla è il formaggio dei poveri. E di cipolle è ricca la cucina athonita. Per la prima volta tradotto in italiano, il volume La cucina del Monte Athos del monaco Epiphanios (Assisi, Cefa, 2016, pagine 258, euro 25) è una porta aperta sulla strada dell’ecumenismo.

Dietro 126 ricette, basate quasi esclusivamente sulla cucina tradizionale greca, è narrata l’alimentazione dei monaci del Sacro Monte con un’ampia scelta tra pesci, legumi, verdure, crostacei e molluschi, ma rigorosamente senza carni di animali da terra. Grande anche l’uso delle spezie: paprika, cannella, zafferano, origano, aneto, cumino, pepe nero, ma anche limone, sedano, prezzemolo, aglio, cetrioli. Tutte ricette molto semplici dove la differenza la fanno gli odori, la grande cura e il tempo nella preparazione. La natura greca offre una grande varietà di verdure tutte coltivate dai monaci stessi con dedizione e gratitudine. Accompagnano le ricette alcuni detti dei padri del deserto, salmi, proverbi e piccole storie del Monte Santo. Autore delle ricette è il monaco Epiphanios di Mylopotamos. Dopo aver vissuto per diversi anni nel monastero di San Paolo, Epiphanios ha deciso, ormai ventisei anni fa, di continuare la sua vita monastica nella cella di Sant’Eustachio, a Mylop otamos, che dipendeva dal monastero della Grande Lavra. Durante iltempo trascorso al monastero di San Paolo, dai confratelli monaci ha imparato la musica bizantina e per diversi anni ha anche fatto parte dell’équipe della cucina del monastero imparando a cucinare. Oggi è il più rinomato cuoco del “Giardino della Madonna” come è detto il Monte Athos. A Mylopotamos, con il suo confratello monaco Iachim, ha cominciato il lungo e faticoso lavoro di ricostruzione della millenaria Cella dandole una nuova vita. In più, mantenendo con pieno rispetto la vecchia tradizione, ha impiantato le vigne e ha costruito una cantina. Il libro è uno dei tanti frutti che ha prodotto la visita nel 2013 al Monte Athos del vicario generale dei padri francescani conventuali, padre Giorgio Norel, del custode del Sacro convento di Assisi, padre Mauro Gambetti, e del delegato generale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, padre Silvestro Bejan. Fu infatti in quella occasione che, dopo avere incontrato a Mylopotamos padre Epiphanios, la delegazione francescana decise di tradurre e pubblicare il libro in italiano. Il volume è frutto del lavoro di Jannis Chrisafis e di Virgilio Avato, per la traduzione, e di padre Silvestro per l’e d i t i n g. Quella del 2013 fu la prima visita ufficiale di frati francescani alla sacra montagna e la prima volta che dei religiosi non ortodossi sono potuti entrare e muoversi fra i vari monasteri vestiti con il loro saio. «Tutto questo è stato possibile grazie al patriarca Bartolomeo» dice Virgilio Avato, presidente dell’Associazione amici dell’abbazia greca di Grottaferrata. «Il mio primo pellegrinaggio all’Athos risale al 1973 quando per i non ortodossi era davvero molto difficile andarci. Ci riuscii grazie a un giovane monaco del patriarcato di Costantinopoli che avevo conosciuto a Roma qualche anno prima e che mi fece avere una lettera di accompagnamento dell’allora patriarca Dimitrios. Quella lettera mi aprì le porte di tutti i monasteri. E quel giovane monaco è l’attuale patriarca». Nel suo grande impegno per l’ecumenismo, Bartolomeo ha ricevuto in udienza il vescovo greco-cattolico di Lungro, Donato Oliverio, aprendo nuovi orizzonti alle relazioni tra il patriarcato di Costantinopoli e la Chiesa bizantina italiana. Non solo. La recente visita in Calabria alla diocesi di Lungro del metropolita di Bursa e rettore della scuola teologica di Chalki, Elpidophoros Lambriniadis, per volere di Bartolomeo ha segnato un altro passo importante sulla strada della riconciliazione ecumenica tra le Chiese cristiane separate. In quell’occasione il metropolita Elpidophoros ha più volte sottolineato che la «Chiesa italo-greca è una risorsa e un ponte per il raggiungimento della piena comunione». Non a caso la prima presentazione del libro di padre Epiphanios è stata fatta in Calabria a Orsomarso, nel cuore di quella che fu l’eparchia del Mercurion. Il Mercurion era un territorio esteso tra la Calabria e la Basilicata, dove si trovavano decine di monasteri e centinaia di grotte eremitiche e dove migliaia di monaci italo-greci vivevano e pregavano esattamente come si continua a fare da mille anni al Monte Athos. Per questo motivo il Mercurion viene chiamato un Monte Athos ante litteram. Quando san Atanasio fondò il suo primo monastero nella penisola calcidica il Mercurion esisteva già da alcuni secoli. Anche questo libro di ricette tradizionali athonite, tradotte in italiano e presentate dal monaco Epiphanios al Seraphicum di Roma avrebbe mai visto la luce se il vento dell’ecumenismo non avesse da tempo iniziato a ispirare i cuori di molti fedeli appartenenti a diverse confessioni cristiane Senza mai dimenticare che la vita è servizio da vivere come un dono, madre Teresa spese tutta la sua esistenza per gli altri. E quando il 4 gennaio del 2008 Benedetto XVI visitò in Vaticano la casa Dono di Maria delle Missionarie della Carità diede testimonianza concreta del suo appoggio alla missione svolta dalle sorelle a favore dei poveri e dei senzatetto. E in quella occasione disse: «È Natale ogni volta che creiamo a Gesù la possibilità di amare gli altri tramite noi. Per anni, quando ero prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ho passato molte ore vicino a questa istituzione meritevole voluta dal mio predecessore, il servo di Dio Giovanni Paolo II, che ha affidato questo alla beata Madre Teresa di Calcutta. Questa Casa ha un bel nome, Dono di Maria, e ci invita tutti all’inizio dell’anno a donare la nostra vita senza nessuna stanchezza». Papa Francesco e la beata madre Teresa sono spiritualmente due “anime gemelle” perché il loro orientamento e atteggiamento evangelico è basato sulla semplicità, umiltà, povertà, ma soprattutto sulla fede e athos-monksl’amore . Nell’enciclica Lumen fidei il Papa scrive: «La luce della fede non ci fa dimenticare le sofferenze del mondo. Per quanti uomini e donne di fede i sofferenti sono stati mediatori di luce! Così per san Francesco d’Assisi il lebbroso, o per la beata madre Teresa di Calcutta i suoi poveri. Hanno capito il mistero che c’è in loro. Avvicinandosi a essi non hanno certo cancellato tutte le loro sofferenze, né hanno potuto spiegare ogni male. La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi e questo basta per il cammino». Definendo madre Teresa come un’«icona della misericordia di Dio», il Papa ha deciso di canonizzarla quest’anno. (Osservatore Romano)

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