L’Italia e le sue minoranze linguistiche: le figlie di un dio minore

Scritto da Felice Besostri il . In Varie

articoli-58-costituzione-3-638Non è stato facile dare attuazione art. 6 Cost., quello che dice “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”. Fino all’entrata in vigore della legge n. 482 del 1999, non c’erano apposite norme di legge statale che le tutelassero ma, tuttavia, alcune minoranze, all’ombra di trattati internazionali, ebbero una tutela rafforzata addirittura di livello costituzionale perché gli STATUTI DELLE REGIONI E PROVINCE AUTONOME sono approvati con legge costituzionale.

Tuttavia solo 3 lingue minoritarie godettero di questa protezione: la francese della Val d’Aosta, la tedesca della Regione Trentino Alto Adige- Sudtirolo e, la slovena della Regione Friuli Venezia Giulia, a dire il vero quest’ultima in misura minore. Il diavolo si annida nei dettagli e non è un caso che l’art. 1 c. 1 della legge n. 482/1999 ” Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche” reciti “La lingua ufficiale della Repubblica è l'italiano”. Uno dei tanti paradossi italiani, infatti Roma, già capitale del Regno d’Italia, con il trasferimento della capitale da Firenze, grazie alla legge 3 febbraio 1871, n. 33, ha dovuto aspettare l’arrivo al Governo della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania per diventare formalmente la Capitale della Repubblica (art. 114 c. 3 Cost. introdotto con la legge costituzionale n. 3/2001). Tra le tante incongruenze l’Italia ha firmato la Carta Europea per le lingue regionali e minoritarie il 27 giugno 2000, cioè ben otto anni dopo la sua stesura il 5 gennaio 1992 e non l’ha ancora ratificata a 15 anni di distanza dalla firma e a 23 dalla sua approvazione. Per fortuna la Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali del 1 febbraio 1995 è stata firmata subito e ratificata il 3 novembre 1997. Le norme nazionali ed europee non tutelano le lingue, ma le persone che parlano una lingua minoritaria, anzi che parlano una lingua minoritaria in un territorio connotato dalla presenza di persone che la parlano: una tutela territoriale. Per essere coerenti la tutela richiede interventi plurisettoriali che spaziano dalla tutela del territorio sia ambientale che idrogeologica, di sviluppo economico mirato alla valorizzazione dei beni materiali e immateriali tipici delle popolazioni minoritarie e, su tutte, lo sviluppo della conoscenza della lingua. Ebbene nella legge sulla buona scuola niente di tutto questo è assicurato. Nessun meccanismo prevede il mantenimento dei precari bilingui nel loro territorio, benché una scuola con una forte presenza della lingua minoritaria sia uno degli obiettivi delle norme nazionali ed europee. E’ un principio acquisito che nella tutela delle minoranze non costituiscono violazione del principio di uguaglianza, le azioni cosiddette di discriminazione positiva. Orbene succederà invece che i precari appartenenti ad una minoranza linguistica, anche se coinvolti in programmi regionali di sportelli linguistici o di insegnamento nella lingua minoritaria, siano trasferiti in Regioni senza presenza minoritaria e che in territori caratterizzati da una presenza di lingue minoritarie siano assegnate cattedre a bravissimi insegnati, ma assolutamente digiuni di conoscenze linguistiche e culturali nella lingua minoritaria.   Alla fine i docenti minoritari saranno sradicati dalla loro comunità e le loro comunità private di elementi qualificati per il mantenimento della lingua . Un tassello che si aggiunge alla progressiva scomparsa politica di rappresentanti delle lingue minoritarie nelle istituzioni pubbliche, con la solita eccezione della Val d’Aosta e della Provincia autonoma di Bolzano. I comuni sono raggruppati a forza in Friuli e Venezia Giulia, con annullamento della minoranza slovena e mancato sviluppo dell’identità friulana. L’abolizione della democrazia elettiva diretta nelle province ha comportato l’abolizione di collegi caratterizzati da una presenza linguistica minoritaria, già compromessa a livello comunale da leggi elettorali maggioritarie e dalla diminuzione del numero dei consiglieri e dall’abolizione delle Comunità Montane. Nelle elezioni politiche con l’Italicum esponenti di minoranze linguistiche possono aspirare ad un’elezione, solo se un partito nazionale li scelga come capolista in collegi dove la loro presenza sia consistente. Le minoranze filo-governative si sono messe in sicurezza perché in Val d’Aosta e in Trentino Alto Adige-Sudtirolo i collegi uninominali li garantiscono, mentre in Friuli Venezia Giulia i candidati triestini, che rappresentano il 18% della popolazione avranno il 40% della rappresentanza regionale nella Camera dei Deputati. La Sardegna, dove esiste la maggiore minoranza linguistica tutelata dalle legge n. 482/1999, non ha norme speciali nemmeno per il Parlamento Europeo, tanto che presto dovrà occuparsene la Corte Costituzionale su rinvio del Tribunale di Cagliari. La tutela delle minoranze è uno dei diritti fondamentali della UE e uno dei suoi principi fondativi: “L'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze” (art. 2 TUE). L’Italia ed il suo governo li stanno violando.

23 luglio 2015

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