La tragedia del Raganello ed i rischi cui ci espone

Scritto da Giuseppe Chimisso il . In Civita - Çifti

ImmagineArtRaganelloChimmissoMolto è stato detto e molto è stato scritto intorno a questo evento drammatico che ha sconvolto le comunità del Pollino ed ha provocato sgomento e profondo dolore in tutto il Paese ed in specie nel borgo di Civita, soprattutto a causa della perdita di tante vite umane.

E’ purtroppo solo l’ultima di tante tragedie dovute a frane e ad alluvioni che hanno causato morte e distruzione nell’Italia post unitaria : più di 5.000 vittime negli ultimi centocinquanta anni.
Paradossalmente le vittime sono progressivamente aumentate nel tempo, a dispetto del progredire della ricerca scientifica e tecnologica, che in teoria avrebbero invece dovuto fornirci strumenti idonei a prevedere gli eventi naturali ed a minimizzarne i danni.
D’altra parte i fenomeni meteorologici, benché prevedibili su larga scala in base al monitoraggio satellitare ed a modelli computerizzati, presentano purtroppo ancora un elevato grado di imprecisione su piccola scala in quanto anche piccole oscillazioni di fattori casuali possono determinare sviluppi importanti e non predeterminabili.
Oltre a ciò va detto che non è comunque facile mettere in opera efficaci piani di trasferimento a livello locale delle eventuali informazioni di allerta, nella misura in cui essi implicano una definizione delle responsabilità non sempre facile da codificare e tanto meno facile da esercitare: soprattutto da parte di sindaci di piccole comunità investiti di responsabilità pesantissime senza che sia loro concesso di disporre degli strumenti necessari per gestirle e soprattutto se si tratta di esercitare tali responsabilità in territori tra i più esposti al mondo a calamità naturali; si rischia così di operare su un insidioso crinale con elevatissimo rischio di errore: da una parte il falso allarme e dall’altra il mancato allarme.
Peraltro la prevenzione per difenderci dagli effetti dei fenomeni naturali non può essere pensata come un intervento calato dall’alto senza il concorso dei singoli individui: essa esige la doverosa presa in carico da parte di ciascun soggetto interessato di adeguate conoscenze dell’ambiente con il quale decide di interagire, così da poter contrastare il fenomeno della delega deresponsabilizzante da parte dei cittadini che, come ha saggiamente osservato il dott. Gabrielli, vengono spesso orientati a proporsi come dei consumatori della sicurezza, e a ritenere che questa debba essere loro garantita dagli enti preposti a prescindere dalle responsabilità derivanti dalle loro scelte liberamente ed individualmente assunte .
Ne consegue che la prima prevenzione necessariamente deve avere il fulcro sul buon senso e sulla prudenza dei singoli cittadini e sulla loro piena consapevolezza che non può esistere una condizione di assenza assoluta di rischio.
Tutto ciò premesso dobbiamo tuttavia predisporci in uno sforzo congiunto e convergente per tenere costantemente attiva l’attenzione ad affinare e ad aggiornare gli strumenti idonei a sempre meglio prevedere e sempre meglio prevenire i rischi, in conformità con il progredire delle conoscenze e della tecnologia disponibili: in termini di strumentazione tecnica, in termini di organizzazione territoriale e di distribuzione delle responsabilità ed in termini di risorse.
Sappiamo peraltro che tutte le istituzioni si stanno prodigando in questa direzione e confidiamo in un esito positivo del loro lavoro che incoraggi la comunità di Civita a risollevarsi da questo trauma , ritornando a volgersi al futuro con speranza.
Commetteremmo in ogni caso una grave omissione se non accennassimo anche ai pericoli sociali che sempre insidiano le comunità che subiscono le tragedie dovute a fenomeni naturali .
La tragedia infatti infligge un dolore straziante e gratuito che viene vissuto come una ingiustizia insopportabile; senza che ce ne rendiamo conto questa situazione emotiva ci carica di rancore e di violenza interiore e tale violenza tende a dirigersi in forma di vendetta su un responsabile e tuttavia genera istintivamente anche il bisogno di sottrarsi ad un conseguente circuito vizioso di contro-vendette e contro-violenze .
Si rischia così di ricadere nell’’ atavico modello della ricerca di una vittima sacrificale: sia pure nella sua forma più civilizzata che oggi fortunatamente sottrae il soggetto prescelto per scaricare questa violenza dagli altari sacrificali di un tempo alle aule giudiziarie di oggi.
Questo pericolo è molto insidioso in quanto tende ad aggiungere dolore al dolore, sommando tragedia a tragedia; va quindi affrontato con coraggio e determinazione, ma soprattutto con grande equilibrio interiore e con profonda umanità: dobbiamo tutti caricarci della consapevolezza che se è giusto che le responsabilità vadano sempre accertate ed assunte è tuttavia altrettanto giusto che esse siano sempre commisurate alle concrete possibilità di ciascuno di noi.
Viviamo in una epoca nella quale si è imposto come pensiero dominante una forma di neoumanesimo che induce a ritenere che progresso scientifico e ricerca tecnologica ci mettano in grado di poter dominare la natura e di poter assurgere ad una sorta di onnipotenza ed infallibilità; ma non è così: noi, per quanti progressi possiamo e dobbiamo fare , rimaniamo dei mortali, fragili ed imperfetti e dobbiamo aver chiaro che non possono esistere poteri umani che possano garantirci un definitivo ed integrale affrancamento da questi limiti. Quello che possiamo e dobbiamo fare è collaborare al meglio tra di noi, ciascuno nel proprio ambito, per cercare di contenere il più possibile gli effetti di questa nostra fragilità, consapevoli tuttavia che nessun potere umano sarà mai in grado di garantirci da ogni rischio.
Solo se sapremo adottare questo approccio umile ci sarà consentito di riprendere il nostro cammino con rinnovata fiducia gli uni negli altri .
A ben vedere questo approccio ci può anche aprire il cuore ad una forma di speranza ancora più grande: nella Trascendenza e nel destino ultimo delle vittime delle tragedie.

Giuseppe Chimisso
Cittadino Onorario di Civita

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