Le pietre dell’oblio, l’oblio delle pietre

Scritto da Lucio Franco Masci il . In Marri - Marri

01 Qisha e Kallotines-1(Per la salvaguardia dell’architettura dei nuclei urbani arbëreshë)

Vigilate su un vecchio edificio con attenzione premurosa; proteggetelo meglio che potete e ad ogni costo, da ogni

accenno di deterioramento. Contate quelle pietre come contereste le gemme di una corona…

John Ruskin

Qisha e Kallotines

La chiesa dell’Addolorata [qisha e Kallotines] in Marri [Allimarri], frazione di San Benedetto Ullano [Shën Benedhiti], in provincia di Cosenza.

Ogni luogo urbano ha una conformazione unica, soggetta a processi dinamici che possono essere naturali e/o artificiali, interessando, soprattutto, la realtà costruita, ossia la morfologia e l’architettura. Ciò nonostante, ogni luogo ha un proprio spirito, che è possibile percepire percorrendo gli spazi (L’occhio che guarda questi luoghi immagina il loro passato, sente attraverso la pelle consumata dal tempo l'anima che li avvolge., R. Peregalli). Quindi, solo “vivendo” all’interno di un determinato luogo si può avvertirne l’esclusiva atmosfera e sentire il sapore del suo spirito. Per questo e, soprattutto, per poter meglio penetrare e comprendere l’urbanistica e l’architettura dei nuclei urbani arbëreshë, da tantissimi anni, mi reco personalmente nelle varie comunità: in tal modo, oltre che approfondire i miei studi e verificare i dati filologici raccolti tra archivi e biblioteche, tento di completare il lavoro di ricerca e classificazione di questi centri considerati minoritari.

01 Qisha e Kallotines-2

Nell’ultima scorribanda, more solito, in solitaria, ho toccato anche Marri, luogo che non visitavo da un po’ di tempo (l’ultima volta fui bloccato da una pioggia torrenziale). Arrivato in loco, mi sono rapidamente diretto – anche perché avvertivo, dentro di me, un certo richiamo – verso lo spiazzo dove si erge la deliziosa qisha e Kallotines (la chiesa dell’Addolorata) con il suo bizzarro prospetto principale. Infatti le aperture della facciata principale, esposta a nord (dera e madhe: il portale; dritësora: la finestra; dritësora tundullor:l’oculo) in asse tra loro, che in questo tipo di manufatto architettonico sono quasi sempre posizionate al centro della parete, in tale caso si allineano con l’arco a ogiva – a destra di chi guarda – del campanile. A sua volta, il campanile si trova nell’asse centrale del prospetto e si eleva, rasente alla parete, sopra il colmo del tetto a capanna. Pertanto le tre aperture – essendo decentrate rispetto alla linea d’asse mediana verticale della facciata e spostate da un lato – creano una stravagante asimmetria che rende l’edificio estremamente singolare.

Arrivato nel punto dove sorge la chiesa, sono rimasto di stucco nel notare le strisce bianche e rosse del nastro di sicurezza che cingeva il piccolo sagrato: turbato, ho rivolto gli occhi all’ edificio, mentre dentro di me rimbalzavano nomi, teorie, frasi, direttive e le tante belle parole sulla salvaguardia e la tutela si schiantavano nel vuoto. Lei, la chiesa, era ancora là e mi guardava, in silenzio, supplichevole, con il suo strano aspetto e le sue autoctone pietre verdi di ofiolite, le rocce serpentine (dal greco antico, φις, serpente, e λίθος, roccia: denominate così poiché la loro colorazione ricorda l’epidermide di alcuni serpenti), scoperte alla vista nelle lacune formate dall’intonaco caduto. Era sempre più ricolma di piante vagabonde, tanto care a Gilles Clément, il giardiniere, come ama essere definito, il quale è anche il teorico del Terzo paesaggio, la cui nota formulazione mi è tornata subito in mente: Propongo di chiamare Terzo paesaggio l'insieme di tutti i territori sottratti all'azione umana. È un terreno di rifugio per la diversità, altrimenti cacciata al di fuori degli spazi dominati dall'uomo. II Terzo Paesaggio è perciò la somma del 'residuo' - sia rurale sia urbano - e dell’ ‘incolto': comprende il ciglio delle strade e dei campi, i margini delle aree industriali e delle città, le torbiere...”. Le mie riflessioni si interruppero appena intravidi un volto amico che si avvicinava e, alzando il capo, mi dava il benvenuto. Gli chiesi: Si rrini? (Come va?). E l’uomo – che da alcuni anni era rientrato dalla Germania e abitava in una casa da poco ristrutturata nei pressi della chiesa – mi rispose: Mirë! E ju? (Io bene! E voi?). E, indicando la chiesa con la mano, subito aggiunse: “Qaramidhet janë e binë gjithë mbë truell!(Le tegole stanno cadendo tutte a terra!). Con un sospiro, continuò: “Sono venuti i vigili del fuoco e hanno messo il nastro perché la chiesa sta crollando!”. Fissandomi con uno sguardo di dolore e rabbia, si congedò e proseguì muto lungo la sua strada. Rivolgendomi nuovamente al triste scenario, fui attratto da una splendida vagabonda, la violacciocca gialla (Cheiranthus cheiri), abbarbicata sotto un cornicione, e mi chiesi da dove venisse e perché fosse proprio là… Lei conosceva la sua provenienza e la ragione per cui si trovava lassù. Sapevo solo che la sua intelligenza l’aveva condotta dove si trovava, raggiante, in quel momento.

Avvicinandomi alla chiesa, notai che la porta sul fianco orientale del sagrato era sigillata con un asse di legno da carpenteria, riciclato, inchiodato orizzontalmente sulle ante, così anche quella principale; poi ho notato che fiku (il fico), all’interno dello spiazzo, era diventato più alto. Mi sono incamminato sulla ripida salita che affianca il prospetto lungo della chiesa, esposto a ovest e, giunto vicino al cantonale sud-ovest, ho reciso un rametto dalla rigogliosa pianta di rrozmarin (rosmarino) assaporandone l’intenso e piacevole aroma e la conseguente sensazione di distensione, subito interrotta dalla vista, verso nord-est, dell’enorme squarcio sul tetto: “Qaramidhet vërteta janë e binë gjithë mbë truell!(Le tegole stanno davvero cadendo tutte a terra!). La lacerazione si trasferì in me, e mi sentii anch’io colpevole per non aver vigilato e protetto!

Le ricerche di Italo Elmo[1] testimoniano che un tempo, Qisha e Kallotines – detta anche chiesa dei Sette Dolori, eretta nel 1846 da Giuseppe Gliosci – al suo interno ospitava la statua della Madonna Addolorata e quella di San Giuseppe, venerati dalla popolazione di Marri. Contrada fondata, secondo alcuni studiosi, nel 1580 quando un gruppo di individui di San Benedetto Ullano, (borgo ripopolato nella seconda metà del XV secolo dai profughi arbëreshë provenienti dai Balcani, fuggiti da quell’area per non sottomettersi alla pressante sottomissione ottomana) si trasferirono verso sud, oltre lumi i Allimarrit (il fiume Argentino), che scorre da ovest ad est, e si stanziarono in una altura che dista circa un chilometro dal villaggio-madre. Nell’epoca in cui si costruì la chiesa dell’Addolorata, gli abitanti del nucleo urbano di Marri, in quel periodo più o meno 800 individui, erano abbastanza attivi nel culto, dunque la chiesa rappresentava un atto concreto della vitalità del luogo. In seguito l’edificio venne acquistato da Egidio Petruzzi, contro il quale, nel 1886, il Comune intentò una causa per affrancarsi l’edificio, causa che perse. Attualmente la chiesa, insieme al corpo di fabbrica affiancato sul lato est, forma un unico complesso isolato che, dalle informazioni ricevute, appartiene a un privato. Per il proprietario, probabilmente, non è agevole intervenire per eventuali lavori di ripristino che interesserebbero anche l’annessa abitazione, che soffre di grandi mali, quanto la chiesa. È doveroso, pure, sottolineare che l’organismo per il contesto in cui si trova è un “landmark”, un riferimento, secondo l’analisi percettiva di Kevin Lynch, e quindi un segno forte di quel luogo.

Ad ogni modo, sia lo stravagante prospetto principale della chiesa che quello dell’edificio al suo fianco sono formalmente e, soprattutto, storicamente interessanti, rappresentando il gusto, il linguaggio e il modo di costruire di un’epoca e inoltre ci consentono di avere tante altre informazioni. La facciata della prima ha un portale con arco a tutto sesto in materiale tufaceo, lavorato con motivi simili a quelli di altri palazzi presenti a San Benedetto Ullano e nei centri circostanti. Il campanile a due spioventi, in laterizi, formato da due archi a sesto acuto, ciascuno dei quali contiene una campana, è anch’esso interessante e possiede un certo pregio architettonico. Di notevole interesse è il cornicione, che in gergo viene chiamato “a romanella”, che si trova lungo le linee di gronda, costruito in perfetta regola d’arte e testimonianza di una raffinata tecnica costruttiva che, disgraziatamente, si sta perdendo a discapito di altre che non appartengono alla tradizione locale. Per quanto concerne la parete principale del fabbricato accanto alla chiesa, essa presenta un portale, con arco a tutto sesto, molto semplice, così come l’apertura rettangolare del timido balcone sorretto da graziose mensole, sul quale vi è una ringhiera in ferro battuto con alcuni ornamenti simili a quelli presenti nei parapetti di altri edifici, della stessa epoca, presenti soprattutto a San Benedetto Ullano. Anche in questa costruzione si può ammirare il cornicione “a romanella”. Bastano queste poche note per comprendere l’importanza di questo concreto “fatto urbano”, per dirla con Aldo Rossi, e l’importanza di tale struttura, che merita di essere salvaguardata e resa di nuovo vitale, magari creando un centro studi e di conservazione della cultura arbëreshë, in cui, vista la presenza di un edificio di culto, si potrebbe celebrare anche la messa nel rito greco-bizantino, oppure un centro di aggregazione giovanile o ancora un ostello o qualcosa di simile, anche perché in zona non ci sono strutture ricettive di questo tipo. Tante sono le possibilità, l’importante è voler realmente tutelare e salvaguardare.

(…i luoghi hanno bisogno di amore vero, quello che nasce da una salvifica schiettezza, quello che mette a nudo bellezze e bruttezze per esaltare la profonda complessità del reale., Vito Teti).

In ogni caso, la chiesa, il sagrato, il palazzetto, non meritano di diventare solitari “ruderi” – nonostante il fascino della concezione romantica che esorta a lasciare un organismo cadente al suo triste destino fino a trasformarsi in “residuo urbano”e diventare così parte del Terzo paesaggio – ma sono degni di essere rivitalizzati e rivestiti secondo le direttive più all’avanguardia. Intanto chiudo con la formulazione, sempre attuale, espressa da Giuseppe Rocchi al XXI Congresso di Storia dell’ Architettura (Roma 12-14 ottobre 1983):

“Il restauro ha come fine la conservazione, intesa nel senso di conservare il più possibile inalterata la situazione di fatto, rendendo minimi i cambiamenti, soprattutto le demolizioni, con l’impiego di mezzi non invasivi, e ove necessariamente invasivi, il più possibile reversibili, sia nella fase di accertamento sia in quella di intervento; senza alcun privilegio accordato a parti visibili piuttosto che invisibili o ritenute di pregio maggiore di altre”.

Udhet, guret, muret, shpit fjasen… Mos e harro…*

            

               Lucio Franco Masci

*Le Strade, le pietre, le case parlano… Non dimenticarlo…

Bibliografia essenziale

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[1]Italo Elmo, La storia di San Benedetto Ullano e Marri attraverso le fonti documentarie, vol. I, La Chiesa dell'Addolorata, pagg. 395-404.

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