Il Castello di Mezzojuso

Scritto da Pietro Di Marco il . In Mezzojuso

Il_Castello_-_angolo I Corvino non abitarono stabilmente nel feudo di Mezzojuso, però saltuariamente vi si reca­vano ed è per questo che c'era la casa che veniva chiamata «lu castello», E' stato scritto che questa «casa vocata lu castello...» sino al 1526, cioè dopo venticinque anni della permanenza degli albanesi in quel sito, consisteva in una sola stanza». Preliminarmente può dirsi che nessuno degli atti in cui si parla di questa casa specifica che essa era di una sola stanza, «una semplice stanza terrana, chiamata lo Castello».
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La «casa chiamata castello» non era di una sola stanza, anzi viene denominata addirittura «castello» e aa un certo Sigismondo Scorsone furono conteggiate le spese sostenute, durante la gabella, per la riparazione delle stanze di questo castello.
Che questa casa non fosse un castello come l'avevano i Signori nelle loro terre, come quelli vicini di Vicari, Cefalà e Misilmeri, è evidente; e non lo era perché non dovevano difendere un territorio conquistato con le armi.
Se era chiamata «castello», al castello era assimilate magari come simbolo della potestà esercitata dai feudatari, sulle loro terre dove c'era la torre, segno esteriore del dominio feudale, dove innalzavano la forca a indicare il diritto al mero e misto impero. Ma dal dire che questa casa non era un ca­stello al pensare che era una semplice stanza terrana, ci corre e molto; essa il minimo indispensabile di comodità per meritare il nome di castello doveva averlo, doveva avere per lo meno capacità sufficiente per accogliere il Go­vernatore quando vi si recavano e certamente non da soli.
Chiamare «castello» una sola stanza a pianterreno sa­rebbe stato ridicolo, ne avrebbero riso i signori dei paraggi che il castello l'avevano sul serio!
Parleremo dei lavori che vennero eseguiti per ingran­dire e migliorare la primitive casa, che diventò «il castello», ma senza fossato, senza torrioni, senza ponte levatoio, senza merli, intanto rileviamo un particolare interessante.
Nel 1844, quando era stata già abolita la feudalità e i beni in parte erano passati a Don Francesco Paolo Star­rabba, Marchese di Rudinì, parlando di quello che ancora oggi viene comunemente chiamato castello, si dice: «pa­lazzo signorile denominato Castello».
Agli inizi del ‘500 c'era una «casa vocata lu Castello», a metà dell''800, dopo oltre tre secoli, c'è un «palazzo si­gnorile denominato Castello». Cambia solo la prima parte perché quella che era una «casa», dopo i lavori eseguiti nel corso dei secoli, è diventata un «palazzo signorile», ma la seconda parte resta invariata, tanto la «casa», quanto il «palazzo signorile» sono chiamati castello, entrambi hanno solo il nome di castello, ma non lo sono stati in realtà e il motivo lo abbiamo detto.
Quando era una semplice casa, e quando diventò un palazzo signorile conservò sempre il suo carattere di «do­mus culta», una casa cioè a servizio della terra che i vari padroni coltivavano anche per conto proprio.
Che cos'era infatti questo «palazzo signorile»?
Qualche stanza per alloggio, qualche altra per l'ammi­nistrazione, qualche vano per il «soprastante», che vi abi­tava stabilmente e poi magazzini: del vino, del frumento, e così via; nessuno sfarzo, nessuna grandiosità.
I nuovi possessori dovettero pensare ben presto a ingran­dire e migliorare la primitiva casa, ma dei primi lavori non si ha notizia. Solo in un atto di gabella del 23 novembre 1594 (Not. Girolamo Russitano, A.S.P., vol. 11344) da parte di Don Blasco Isfar e Coriglies ai coniugi Palma e Antonino de Lipari si legge: «... darchi lo uso et habitacion ... di lo castello con suo baglio et scagno », dizione la quale può far pensare che il castello aveva cominciato a prendere nuovo aspetto e consistenza.
E' certo che Giovanni Groppo, il quale entrò in potere del feudo il 5 gennaio 1663, trovò lavori avviati, ma ancora incompiuti e non tardò a darvi assetto definitivo. I1 23 dicembre dello stesso anno infatti poté conteggiare i lavori eseguiti dai maestri Vincenzo d'Arculeo e Mariano Colaio, lavori che furono di completamento e di abbellimento.
Furono collocate sette porte e undici finestre nelle «càmmari dello castello», undici chinti alle stesse finestre e altrettanti scalùni innanti li parapetti di esse; soglie di pietra d'intaglio furono collocate due nelle porte del magazzino del frumento, due nel magazzino del vino, una alla porta della càrzara; tre chiminìe (camini) all'italiana furono costruite dentro le stanze; dodici catene di ferro furono ingastonate (incastrate) nelle cantonèri e dammusi.
Gli altri lavori descritti nella stima di M.ro Paolo Sar­no furono:
"intaglio di l'arco grande della intrata dello castello;
una delli quattro cantoneri delli fianchi della facciata del Castello quali su tutti bogniati con li soi zocculi e ca­pitelli;
sopra li detti cantoneri cioè alli due verso lo intrare della porta del Castello vi sono altri due cantoneri plani che ogn'una di loro è di altezza palmi 11 e più sopra l'altri dui cantoneri vi sono altri dui filate, cioè una per parti, quali altezza di una filata è palmi 2;
la porta grande del Castello di opera tuscana con li soi menzi colonni, basa, pedistalli e chimase e basi delli colonni e soi membretti capitelli architravo frixo cornichi e `frontispicio;
li dui cantoneri rustichi di l'altre due fachiate cioè una che mira verso Palermo e l'altra verso la fontana dove la­vano le donne per essere pezi rustichi solamente isquatrati".
Per l'esecuzione delle opere della fabrica inante il Ca­stello, furono impiegate trenta carrozzate di pezi d'intaglio.
La spesa complessiva fu di once 249, tarì 18 e gra­na 15 (2).
Possiamo ritenere che i lavori sopra descritti diedero assetto definitivo al Castello, infatti successivamente si parla sempre di riparazioni e solo nel 1730 fu costruita la nuova cavallerizza, «in quello pezzo di loco di casa vicino il ca­stello » (3).
Da allora, nelle sue grandi linee, il Castello è rimasto invariato; ha subito l'usura del tempo e dell'abbandono, ma è rimasto ancora un'interessante costruzione considerata monumento nazionale.
Da nessuna fonte possiamo desumere qual'era la vita nel Castello, ma per la sua natura, come abbiamo detto, di «domus culta» possiamo immaginarla.
Quella di una grossa comunità agricola, con i signori che non vi abitavano, ma non disdegnavano recarvisi per sorvegliare i loro interessi, con il secreto che amministrava scrupolosamente come rivelano i suoi dettagliati conti (4), con gli uomini addetti ai lavori dei campi, con i curàtuli che ne curavano, come dice la parole, l'andamento, col so­prastante che sovr'intendeva alle attività interne del castello, con i campieri che sorvegliavano la proprietà, con mulat­tieri che trasportavano le derrate e costantemente portavano provviste alimentari ai padroni in Palermo, tutta una vita imperniata sull'attività agricola.
Dalla numerazione delle anime del 1623 (f. 741) ap­prendiamo che vi abitava un nipote del Barone Groppo, Bartolo, con la moglie e una figlia e aveva alle dipendenze uno scrivano, tre «creati» (servi), quattro «zitelle» (donne di servizio), un curatolo e quattordici uomini senza una particolare qualifica, che erano certamente addetti ai ser­vizi della campagna.
Nel 1844, quando i beni erano passati al Marchese di Rudinì, il personale di quello che ancora veniva chiamato «Stato di Mezzojuso» era l'amministratore, il soprastante, il solo che abitava nel castello, il campiere della Farra e quello del Bosco, il magazziniere, il contabile e il Cappel­lano «celebrante le messe Corvino».
Abbiamo detto che i vari signori non vi abitarono sta­bilmente, ma frequenti erano le loro visite per sorvegliare l'andamento di quella che era la loro azienda. Quando la primitiva casa fu ingrandita e migliorata, la loro permanen­za talvolta si protrasse a lungo e allora ricevevano visite e tenevano lauti pranzi; alcuni dei principi Corvino vi tra­scorsero gli ultimi giorni della loro vita.
La strada che dalla piazza porta al castello era comu­nemente chiamiamo acchianàta d' 'u casteddu.




 

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