Gjitonia te fshati global

Scritto da Paolo Borgia il . In Varie

Il vicinato nel villaggio globale

Forse non si possono conoscere le persone o le comunità da distante: si rivelano a noi solo stando loro accanto, amandole. “Una grande conoscenza è figlia d’un grande amore”: i sentimenti, se puri, non sono illusori. Cerco nel cuore dell’esser umano e trovo integrità, coerenza, verità e la condizione di possibilità fisica, psichica, spirituale salvifica di un mondo globalizzato e in rapido cambiamento. Per questo, proprio guardando là dove sembra scomparso il cuore, cerco di trovare la traccia di qualche possibilità di una nuova spiritualità, capace di fare risorgere la libertà interiore e l’apertura verso gli altri.

Sì, l’universalità – nonostante l’avanzare della globalizzazione – che non aliena l’unicità della persona, quella che troviamo nell’intima essenza dell’uomo, nella spiritualità del suo cuore.

Per anni cerchi invano di comprendere le ragioni dei sentimenti tuoi e di coloro che condividono affinità esistenziali. Poi, a volte, le scopri; sono lì davanti a te, dentro di te; nella vita senti il loro esprimersi inconscio interiore ma nel profondo ti erano incredibilmente sconosciute. L’idiosincrasia istintiva, che da tempo avvertivi per il chiasso culturale, perlopiù ostile, divenuto il sistema modale di relazionarsi – dalla scolorita fraternità nei rapporti tra compagni di lavoro, tra vicini di casa fino agli strumenti espressivi grossolani della varia comunicazione – erano il segno, ora manifesto, di una realtà estranea. Il diffuso disagio che sentivi osservando lo svolgersi intorno a te di azioni di esseri resi in apparenza meno umani di coloro che popolano i ricordi di un ieri assai più gramo ma di sicuro non oberato dalla latente tristezza di oggi, che soffoca il manifestarsi di quella lieve gioia antica fatta di niente o di poco o soltanto di consolazione nell’inevitabile dolore dell’esistenza.

Forse è venuto il tempo di far rifiorire l’umana sussidiarietà regolando le deleghe “verticali” politiche che non escludano il cittadino dal potere e riconoscendo l’importanza e le priorità degli incontri vicini e diretti fra la gente di quelle (deleghe) “orizzontali”. Si tratta di considerare lo sviluppo umano integrale e non ridotto alla semplice crescita economica che giunge a noi da molto lontano, perché “noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce”. L’azzardo, semmai, oggi, in un contesto “liquefatto”, nella più profonda crisi economica e nella sparsa belligeranza sul pianeta, è quello di evocare le realtà resistenti solo localmente e quasi per miracolo. E’ tra queste che emerge il ridotto numero di insediamenti arbresci nell’Italia meridionale. Gli Arbresci, nonostante si siano installati stabilmente su questa terra ormai da più di cinquecento anni, hanno conservato la propria identità e il loro senso di appartenenza, malgrado il promiscuo inserimento nel contesto ‘estraneo ma non ostile’ di autoctoni di diversa cultura.

Certo, tutto ciò può sembrare un obiettivo ambizioso, al contrario parole molto più forti sono state pronunciate dai leader di Asia e Africa riuniti tra il 19 e il 24 aprile a Bandung in Indonesia, a 60 anni dalla storica Conferenza che ha gettato le basi del Movimento dei Paesi non-allineati durante la Guerra fredda. Molto impegnative sono state le parole del presidente cinese Xi Jinping. Egli ha auspicato un ordine internazionale “più giusto”, che rifletta “la crescente influenza delle nazioni asiatiche e africane” e che sia “più disposto a riconoscere che ormai è arrivata la ‘nostra’ epoca [di Xi]”. Ha invitato i Paesi industrializzati a “cessare di imporre condizioni politiche” per l’accesso agli aiuti umanitari e ha fatto un vibrato appello “affinché i Paesi sviluppati offrano più aiuti a quelli in via di sviluppo”, sollecitandoli a “mantenere concretamente le promesse ufficiali di aiuto per lo sviluppo e offrire l’assistenza ai Paesi in via di sviluppo”. Ha ribadito che le relazioni internazionali, devono “basarsi sulla cooperazione e sul principio di ‘win-win’ – vantaggio reciproco –, spostando l’ordine e il sistema internazionale verso una direzione più giusta e ragionevole, promuovendo la creazione di un sistema finanziario internazionale equo, giusto, tollerante e disciplinato, in modo da creare un ottimo ambiente esterno per i Paesi in via di sviluppo”. Ha ricordato i “doveri morali” dei Paesi sviluppati a sostenere il resto del mondo “senza doppi fini”. 

Ma 77 Stati dell’Africa e dell’Asia di fronte alle sfide mondiali si sono incontrati, producendo due documenti: il “Messaggio di Bandung” 2015 e la “Dichiarazione sul rafforzamento del partenariato strategico nuovo tra Asia e Africa” per garantire rapporti sempre più stretti, con legislazioni garanti di investimenti e attività d’impresa ma soprattutto ad attuare diritti umani effettivi. La Conferenza, ignorata dai nostri media, da un’America in crisi di ruolo e da un’Europa avviluppata in una crisi di identità, apre prospettive là dove l’Occidente non riesce ad uscire dal suo pantano culturale.____05.15

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