Giorgio Castriota Skanderbeg tra storia e mito

Scritto da Gabriele Campagnano Zweilawyer il . In non legati ad un particolare paese

2.L’Ascesa del Dragone

Le fonti storiche ci danno un’unica certezza: Giorgio Castriota partecipa alle spedizioni militari di Murad II (che regna da 1421 al 1451) e quindi concordano sul fatto che abbia, all’inizio del suo servizio, almeno sedici anni.

In realtà, alcuni documenti sembrano confermare addirittura la presenza di Giorgio in Albania, quindi non alla corte del Sultano, fino al 1426 (all’età di ventidue anni) o al 1430 (ventisei). C’è quindi la concreta possibilità che Giorgio non abbia l’obbligo di risiedere alla corte del Sultano (men che meno come ostaggio), quanto piuttosto sia obbligato a prestare aiuto militare a quest’ultimo assieme ai suoi fratelli.

La storia di un Giorgio cresciuto ad Adrianopoli, sotto le amorevoli cure di Murad II, è smentita da altri dati.

Nel 1436, a Scanderbeg viene concesso il sangiacco di Dibra e, nel 1438-1439, Scanderbeg e suo fratello maggiore Stanisha (quello che, secondo la leggenda, viene ucciso dal Sultano), divenuti cittadini onorari di Venezia e Ragusa, sono in Albania.

All’inizio, Scanderbeg rimane fedele a Murad II. La Rivolta Albanese del 1432-1436 è, in questo senso, esplicativa, visto che l’eroe albanese non si schiera contro gli Ottomani. Anzi, negli anni successivi egli combatte al fianco del Sultano nelle campagne europee. In quel periodo, la barriera più ostica all’espansionismo ottomano in Europa è rappresentata dal condottiero ungherese Giovanni Hunyadi (Janos Hunyadi).

Nel 1441 e 1442, quest’ultimo infligge pesanti sconfitte alle forze armate di Murad II, tanto che lo stesso Papa Eugenio IV vede la concreta possibilità di cacciare gli Ottomani dal territorio europeo. La bolla con cui indice una nuova crociata è del 1° gennaio 1443.

È proprio durante la Crociata di Varna, e in particolare nel corso della Battaglia di Nish, nel Novembre del 1443, che Giorgio Castriota, in quel momento ancora prezioso membro dell’esercito ottomano, prende una decisione che passerà alla storia.

Assieme a 300 fedeli albanesi, abbandona l’armata ottomana e passa dalla parte di quella cristiana, che esce vincitrice dallo scontro.

Scanderbeg non aspetta un solo istante prima riprendere possesso dei feudi di famiglia. Il supporto unanime del popolo albanese gli permette di le roccaforti turche nel suo territorio, situate fra Croia e Svetigrad. Secondo le fonti dell’epoca, a Giorgio bastano tre o quattro giorni per riprendere il controllo totale dei territori paterni. Fra le fortezze in mano turca la più grande è quella di Croia, che riesce a prendere dopo un breve assedio; le altre invece, come Petrella, Petralba, Stellusi, Modrici, Ternaci, si arrendono senza combattere. L’unica a resistere per qualche tempo è Svetigrad, che viene presa da uno dei suoi luogotenenti, Mosè di Dibra.

Insediatosi al governo, Scanderbeg abbandona subito l’islam, cui si è convertito attorno al 1430, e torna al cristianesimo. È una (seconda) conversione particolarmente sentita, la sua, tanto che ordina a tutti i musulmani, coloni ottomani e convertiti, di scegliere immediatamente fra il Cristianesimo e la morte.

Tornato cristiano, Giorgio Castriota non abbandona però il suo soprannome turco, Scanderbeg (“Scander”, ossia Alessandro, e “beg”, ossia principe, signore) e lo aggiunge sempre alla fine della sua firma.

Questa è la prima parte della sua storia, quella confermata da un raffronto fra le fonti almeno, mentre per quanto riguarda la leggenda, le cose sono andate diversamente. È possibile che alcuni dei fatti riportati nelle sue biografie più “mitologiche” siano veri o almeno verosimili, mentre altri inventati in modo integrale.

Una volta rotto definitivamente il giogo turco, Giorgio sa benissimo che le sue possibilità di uscire vincitore da uno scontro con l’esercito Ottomano sono basse; cerca quindi di stabilire un’alleanza duratura con gli altri principi Albanesi e con Venezia. Il 2 Marzo 1444, riunisce i principi Albanesi nella Cattedrale di San Nicolò ad Alessio. Sono presenti anche degli inviati veneziani, che però si limitano a redigere un accurato rapporto per il governo della Serenissima.

Ognuno dei Principi è libero di mettere a disposizione della Lega (conosciuta come Lega di Alessio) gli uomini e i mezzi finanziari che reputa necessari. La risposta complessiva è più che buona, visto che nella biografia scritta da Barlezio leggiamo “Scanderbegi proventus in Epiro ducenta annua aureorum millia excessisse“. La Lega quindi può contare su una rendita annua di circa 200.000 ducati.

Nel 1444, Scanderbeg mette insieme il suo esercito: non più di diecimila uomini, di cui solo una piccola parte provengono dagli altri Principi, visto che il condottiero albanese si fida molto poco degli altri. La cavalleria leggera ha un ruolo essenziale, così come la sua guardia personale, costituita dalla gioventù di Croia. La nota dolente del suo esercito è la mancanza di artiglieria d’assedio, che lo rende quasi inoffensivo davanti alle città fortificate.

Lo stesso Scanderbeg – e qui mito e realtà storia concordano – è un soldato eccezionale. Alto e robusto (a detta delle fonti, egli supporta e mantiene la sua stazza grazie a quantità enormi di cibo e vino), combatte al fianco dei suoi uomini con la sua famosa spada curva o con una mazza. Ma è soprattutto un abile stratega, capace di spiegare la sua arma principale, la cavalleria leggera, in modo veloce e devastante. La sua tattica preferita è quella di colpire all’improvviso e ritirarsi (i manuali di guerra americani oggi la chiamano hit and run), trascinando spesso i nemici verso trappole e imboscate.

Pur non avendo, come anticipato, artiglieria, Scanderbeg è capace di difendere le sue piazze d’arme grazie a continue incursioni di alleggerimento, che costringono quasi sempre gli assedianti a desistere.

Come previsto da Scanderbeg, Murad II invia il suo miglior generale, Ali Pashà, a punire gli albanesi. È l’estate del 1444 quando un esercito di 25.000 uomini, per la maggior parte cavalieri, arriva in Albania.

Giorgio Castriota lo punge ai fianchi, colpisce le retrovie e poi l’avanguardia, fino a portarlo dove vuole lui. La valle di Torvioll è stretta e scoscesa. La cavalleria ottomana vi si ammassa nel tentativo di superarla velocemente. Il 29 Giugno Scanderbeg raggiunge gli uomini di Ali Pashà. Alì è un comandante smaliziato, e ha già intuito il rischio di un’imboscata. Al primo assalto albanese, riesce a resistere anche grazie al rapporto di 3:1 fra i suoi e il nemico. Scanderbeg ha tenuto però un contingente di riserva nascosto nella boscaglia, e un altro dietro il grosso della sua cavalleria. Quando entrambi irrompono sul campo di battaglia, per gli Ottomani non c’è scampo. Ali Pashà riesce a fuggire con la sua guardia personale, mentre 7.000 dei suoi vengono massacrati e 500 catturati. Scanderbeg perde, secondo le fonti dell’epoca, solo 190 uomini, mentre ricerche più recenti parlano di circa 2.000.

Con l’esercito turco in rotta, Scanderbeg consente ai suoi uomini di saccheggiare i territori ottomani limitrofi, rimasti senza protezione. Gli Albanesi riescono a ottenere un ottimo bottino, soprattutto in termini di capi di bestiame. A tal proposito, Barlezio si supera scrivendo “vicini Principes aerarium Scaanderbegi agrum hostilem appellabant.” In sostanza, gli alleati di Giorgio Castriota sono a conoscenza che a sostenere le casse del Castriota sia il bottino fatto in territorio del nemico.

Tornando a casa, i soldati compongono canzoni satiriche su Alì Pashà e sugli altri comandanti ottomani, il cui enorme esercito, arrivato in pompa magna, è stato sconfitto da un gruppo di “ladri di cavalli”.

La vittoria albanese ha una grande eco in Europa. Papa Eugenio IV e Ladislao III di Polonia sono i primi a congratularsi con lui. I Veneziani invece, che hanno interesse a vedere indebolito il potere ottomano, non solo altrettanto felici all’idea di un regno albanese forte e stabile, capace di insidiare i loro possedimenti costieri. La Serenissima avvia addirittura una serie di negoziati con i Turchi al fine di farsi cedere Vallona, Canina e Argirocastro.

Ad ogni modo, il Papa e i sovrani dell’Europa Orientale smettono di festeggiare ben presto il trionfo di Scanderbeg.

Abbiamo menzionato, in precedenza, la Crociata della Varna. Il nome deriva dalla battaglia omonima con cui si conclude la spedizione. Il 10 Novembre 1444, pochi mesi dopo la grande vittoria di Scanderbeg, le forze superiori di Murad II annientano l’esercito cristiano di Ladislao III e Giovanni Hunyadi. Durante la Battaglia di Varna, le forze guidate dall’Hunyadi infliggono pesanti perdite agli Ottomani, ma l’inesperienza di Ladislao III, appena ventenne, fa volgere lo scontro a favore dei musulmani. Nel tentativo infatti di sfondare il centro dello schieramento avversario, formato dai giannizzeri, e prendere prigioniero Murad II, il giovane perde la vita. Il suo cavallo cade in una trappola a pochi metri dalla tenda di Murad e un mercenario turco lo decapita, portando la sua testa al Sultano. Con l’esercito in rotta e 35.000 morti sul campo (20.000 cristiani e 15.000 musulmani) l’Hunyadi riesce però a mettersi in salvo.

Il 1445 sembra aprirsi, per Scanderbeg, in modo più lieto, con le nozze fra la sorella minore, Namitza Castriotia, e Musachi Thopia. La celebrazione, che vede la partecipazione di quasi tutti i dignitari albanesi, si conclude con una vera e propria battaglia tra fazioni rivali. Al centro della contesa c’è una lite fra Lek Ducaghini e Lek Zacaria, entrambi innamorati della bella Irere Dushmani di Zadrima. I “festeggiamenti” provocano 105 morti e 200 feriti (!); Lek Zacaria riesce a stendere il rivale con un colpo al volto. Purtroppo per lui, non lo uccide. A due anni da quegli eventi, Lek Ducaghini non ha ancora sbollito la rabbia, tanto che organizza un’imboscata e massacra Zacaria. La madre di quest’ultimo cerca protezione presso i Veneziani, consegnando loro la città di Dagno. Ma la città è anche nelle mire di Scanderbeg e della Lega di Alessio. La guerra fra Albanesi e Veneziani scoppia nel 1447. Prima che questa raggiunga il suo apice, il Castriota è però costretto ad affrontare una minaccia molto più grave.

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