Zef Serembe

Scritto da Robert Elsie e Vincenzo Belmonte il . In San Cosmo Albanese - Strigari

Zef SerembeGiuseppe (Zef) Serembe (6 Marzo 1844 – 1901) poeta lirico giudicato unanimamente uno dei più grandi della letteratura albanese. Serembe fu un’anima irrequieta che patì le dure prove dell’umano soffrire e l’atmosfera di disperazione e tragedia che visse influenzò significativamente i suoi versi.
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La vita

Serembe nacque a San Cosmo Albanese (Strigari) e studiò nel collegio di San Adriano. Adolescente, si innamorò di una ragazza del suo villaggio che era emigrata in Brasile con la sua famiglia e che lì morì. Ossessionato da questa perdita e dal pensiero di ritrovare la tomba dell’amata, Serembe si imbarcò per il Brasile nel 1874. Con l’aiuto di una lettera di raccomandazione di Dora d’Istria, venne ricevuto alla corte dell’imperatore Pedro II ma, nonostante questi importanti riferimenti, ritornò in Europa deluso e sconfortato. Al suo sbarco nel vecchio continente nel settembre 1875 venne rapinato e perse tutto il suo denaro, apparentemente nel porto di Marsiglia, e fu costretto a tornare in Italia a piedi. Durante questo percorso si dice abbia perso molti manoscritti. A Livorno Demetrio Camarda provvide all’acquisto del biglietto del treno fino a Cosenza. Disperato e psicologicamente provato, divenne sempre più insicuro e solitario. La sua mente trovò rifugio nel sogno della terra dei suoi antenati, nella visione dell’Albania ai tempi dell’occupazione Turca e nell’indifferenza dei poteri occidentali alle sue sofferenze. In questo stato di isolamento emotivo, l’Italia gli parve sempre più “dheu i huaj”, la terra straniera. Nel 1886, Serembe visitò le comunità Arbëreshe in Sicilia e nel 1893 viaggiò negli Stati Uniti dove visse per due anni. Un volume dei suoi versi in Italiano venne pubblicato anche a New York nel 1895. Nel 1897 emigrò definitivamente dalla Calabria nel Sud America dove provò a rifarsi una vita a Buenos Aires. Nell’anno successivo si ammalò e morì nel 1901 a San Paolo.

Le opere

Molti dei lavori di Serembe (poesie e drammi), che l’autore revisionava costantemente, sono andati perduti nel costo della sua travagliata esistenza. Mentre era ancora in vita egli pubblicò solo: “Poesie italiane e canti originali tradotti dall’albanese”, Cosenza 1883 in Italiano e Arbërisht, “Il reduce soldato, ballata lirica” New York 1895 solo in Italiano e Sonetti vari (Napoli 189?), una rara raccolta di 42 sonetti in Italiano con una introduzione, stampate su solo quattro pagine con caratteri minuscoli. Uno dei poemi apparve anche nel giornale di Giuseppe Schirò, Arbri i rii, il 31 Marzo 1887. Trentanove delle sue poesie furono pubblicate postume nel volume “Vjersha”, Milano 1926 da suo nipote Cosmo Serembe. Altri lavori sono stati trovati in diversi archivi e manoscritti in anni più recenti e alcune di queste poesie si sono tramandate per via orale tra gli abitanti di San Cosmo. Questo a conferma della popolarità raggiunta tra i compaesani nonostante egli visse a lungo lontano dal paese nativo.

I versi di Serembe, abbattuto e melanconico nel carattere, patriottico e idealista nell’ispirazione, sono considerati da molti come le migliori liriche mai scritte in Albanese, per lo meno prima dei tempi moderni. I suoi temi variano da melodiose liriche d’amore a elegie per la sua terra d’origine, eleganti poemi sull’amicizia e sulle bellezze della natura, versi di ispirazione religiosa. Tra i suoi poemi romantici di nazionalismo nostalgico, che stabiliscono una connessione con le generazioni di poeti della Rilindja albanese del XIX secolo, vi sono liriche dedicate alla sua patria perduta, a Ali Pasha Tepelena, Dora d'Istria e Domenico Mauro.

 

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ZEF SEREMBE

POESIE ALBANESI E ITALIANE

 A cura del Prof. Vincenzo Belmonte

AVVERTENZA Il testo delle poesie albanesi del Serembe che qui si presenta vuole essere, per quanto sovente congetturale, il più vicino possibile alla volontà espressa dal poeta. Per la maggior parte dei componimenti albanesi il testo è stato ricostruito ritraducendo in arbërishte la traduzione italiana letterale approntata dallo stesso autore (Poesie italiane e canti originali tradotti dall’albanese, Cosenza 1883), che smaschera le interpolazioni operate dal nipote Cosmo nella sua edizione milanese del 1926 con l’intento di caricare l’elemento patriottico, epurare la lingua, eliminare presunte irregolarità metriche e apportare inconsistenti miglioramenti estetici. Gli stessi manoscritti sono stati ricondotti alla versione del 1883. Per i testi conservati solo da Cosmo si è proceduto con il metodo dell’analisi interna. Per la giustificazione delle singole scelte operate si rinvia al volume Alla ricerca del Serembe autentico, Cosenza 1991. Quanto alle poesie italiane, del canto A Dio si presenta la versione definitiva del 1897.

Per agevolare la lettura metrica, la ë è stata segnata solo quando va effettivamente pronunciata,  l’apostrofo indica apocopi e sincopi oltre ad evitare digrammi inesistenti (come in mes’hollë), il  trattino sopra la vocale segnala il raddoppiamento metrico della sillaba. Valore prosodico ha l’alternarsi delle grafie qaj e qai.

Si noti l’epitesi arbëreshe -inj nei verbi in consonante (u hàpinj = unë hap).

L’ordine dei testi e la traduzione italiana non corrispondono ai Canti pubblicati di recente.

(Trasformare ëë in ë con il trattino sopra)

   

KANGJELJA E PAR

Gjegje, vash, kangjel’n e par

çë të thot një djal bular;

 

gjegje, vash, ti kit kangjele

ç’ ësht e būt po si dele.

 

Īsh një e diel menat

drītmadhe, gāzgjat:  

 

dolla jasht e s’ ish njeri,

kisha pen e jo gëzi.

 

E një vashez u kërkoja,

po hadhjarez u s’ e çoja.

 

Mesha madhe njo se bie

e ka qisha trut i shtie.

 

Dolla: vashazit çë vijin

qet e le te qisha hijin.

 

Mëngu nj’ vash m’ u duk e mir

e mosnjera m’ jip dëshir

 

e kjo zëëmer shërtonej

se ngë gjënej çë kërkonej.

 

Po kjo zëmer u gëzua

kur një vashez u buthtua.

 

Kur te sheshi ajo vo shkonej,

i tër sheshi drītsonej,

 

llambarisjin ata si

çë së ruojin ndonjeri

 

e si fjuturez e le

vej mbë qish e bënej hje.

 

Kur e ruota, kur e pe,

“Sa e bukur!” mbjatu u the.

 

Çë at her së pat pushim

ki i mjeri shpirti im.

 

Di e nat u e kultonj,

nat e dit e dishironj,

 

po si hjeza pas i rri

edhe e ruonj me namuri.

 

Kur më ruon e më vë re

ndienj të madhe një hare

 

e kur fjalëzen më prier

të Parrajsit hapen dier,

 

kur më ruon e kur më fjet

m’ hin te zëmra një llanxet

 

e kur vjershin ajo shtie

duket se më vjen të bie.

 

E kur gjumi pra më zë

u mbë paq së mun të fjë:

 

më vjen nd’ ënderr me ata si

çë të shehur kan magji.

 

Se m’ do mir ajo më thot

edhe nxier di pika lot,

 

pra te veshi më rrëfien

se sa mall për mua ndien.

 

Asaj dorëzen i ngas,

buz me buz asaj i fjas

 

edhe mesin ja shtrëngonj,

ture e puthur u gëzonj.

 

Pra si nj’ ënderr vete e shkon,

po te zemra më qëndron.

 

Kush e di ndë më penxove,

ndëse mallin e dilgove?

 

Kush e di ndëse të fjau

malli e zëmëren t’ e ngau?

 

Me gjith zëmer u të dua,

pse fort më pëlqeve mua.

 

Ti me mua ni, vashez, ea,

se të dua si vetëhea.

 

Bashk e shkomi te ki dhe

si ndë lip, si ndë hare.

 

Rrimi bashk ndë djalëri,

rrimi bashk ndë pjakëri.

 

IL PRIMO CANTO

È il primo canto, fanciulla, che un giovane / gentile ti dedica. / Ascoltalo: è un canto / più che mai dolce e mite. / Luminoso, ridente mattino / di una domenica. / Per strada, un deserto. / Non gioia nel cuore, ma angoscia. / Una fanciulla cercavo, / non la trovavo mai bella. / Suona la messa solenne / e mi volgo alla chiesa. / Fanciulle la soglia / varcavano tacite. / Nessuna mi piacque, nessuna / accendeva la brama / e il cuore gemeva / deluso, affannato. / E invece che gioia vedere / lei giungere a un tratto. / Passava e la piazza / s’empiva di luce, / chini, pudichi, / lucevano gli occhi / e come farfalla leggera / entrava , spargendo bellezza. / Al primo vederla / “Bellissima!” dissi. / Da allora non ebbe / riposo il mio spirito. / Giorno e notte / la penso, la voglio, / come ombra la seguo, la miro / come in estasi, / se mi nota m’innalza / al settimo cielo. / Se mi parla, mi apre le porte / del Paradiso; / se guarda e mi dice, / mi penetra in cuore una lancia / e quando stornella / io cado in deliquio. / La notte, nel sonno / non trovo riposo: / mi appare col magico / mistero degli occhi. / Confessa che m’ama, /  le spuntano lacrime, /  mi confida all’orecchio l’amore / che sente per me. / Le sfioro la mano, / le parlo, le accosto le labbra, / la stringo alla vita, / baciandola godo. / Poi come sogno svanisce / e mi resta nel cuore. / Chissà se mi pensi, / se avverti il mio amore. / Chissà se parola d’amore / ti ha intenerita. /  Col cuore ti amo, mi piaci / da farmi morire. / Ora vieni con me, fanciulla. Ti amo / come i miei occhi. Viviamo / insieme nel mondo / tra gioie e dolori! / Insieme da giovani, insieme / negli anni cadenti!

 

 

 

 

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