Vdìq një kàtund arbëreshë e mosnjerì e dì

il . In Arberia e dintorni

la-geografiaLa burocrazia italiana irreversibilmente ha sancito che un paese minoritario facente parte della cinta sanseverinese del XV secolo, come luogo vitale e di condivisione religiosa non esiste più. Il piccolo agglomerato arbëreshë è stato sostituito con uno nuovo, al cui interno è stato riversato il patrimonio culturale, religioso e circa sei secoli di storia (?), questa è la notizia dura da condividere ma purtroppo è l’amara realtà approvata.

La nota, aleggiando negli ambiti della minoranza passa nella totale indifferenza, senza che nessuno comprenda il danno e la perdita di valori dismessi dalle fredde scelte emergenziali. Ciò denota quanto poco valore sia attribuito dalle istituzioni tutte, alla storia, alla religione, alla secolare consuetudine e all’idioma della minoranza, più numerosa presente in Italia e vilipesa come Gheghi. Questo è il risultato cui si è giunti per non aver mai cercato di istituire un luogo fisico che fungesse non solo da contenitore delle eccellenze e le tradizioni della minoranza, ma anche presidio di difesa dei beni materiali e immateriali, Italo Albanesi. I Corsini prima, Baffi, Bugliari e Bellusci dopo, lasciarono una corazzata di riferimento istituzionale e religioso che andava semplicemente guidata, ma i personalismi e la cattiva politica di gestione, hanno fatto in modo che divenisse un cumulo di materiali neanche utile come recapito per spogliatura. Oggi dopo questo grave lutto, che l’arbëria ha subito, sarebbe il caso di smettere nel diffondere e brandire notizie che partono non dal cuore dell’arbëria, si amplificano sino in America, narrando che la cultura, la religione e la consuetudine arbëreshë, è solo una favola. Agli arbëreshë non servono egocentrismo o la politica che ha gestito la legge 482/99, esternando aspetti non proprio degli Italo-Albanesi, sono state proprio queste manifestazioni che distraendoci con canti balli e favole hanno fatto in modo che si addivenisse alla dismissione dell’agglomerato. Se in breve tempo non si erige un organo di controllo multidisciplinare che possa tracciare in maniera univoca la storia degli arbëri e difenderla in ogni sede istituzionale, il destino prossimo è riposto in fondo alla via dei platani appena intrapresa. Allo stato di quanto ho potuto cogliere in questa mia breve partecipazione ritengo che in meno di un decennio l’arberia sarà riconoscibile solo attraverso le targhe bilingui cui non farà caso più nessuno. La constatazione più amara è racchiusa nel fatto che le istituzioni civili e clericali in terra italica, dal 2005, sono state più incisive della devastazione Turca del XV secolo. Vero è che gli arbëreshë nel1461 riuscirono a defilarsi per salvare, l’idioma assoggettato alla consuetudine oltre la religione legata al rito greco bizantino; oggi nelle montuosità della Mula vagano sfollati privi dei più elementari riferimenti linguistico-consuetudinari,a cui le istituzioni negano persino un presidio religioso in cui identificarsi e condividere  i brandelli religiosi in agonia. La conferma di questa ipotesi così catastrofica è racchiusa proprio nell’atteggiamento che molti ambienti hanno assunto al diffondersi della notizia, alcuni ignorandola perché non direttamente coinvolti, altri perché la vivono come conseguenza della globalizzazione, ma quella che ritengo devastante è rappresentata da chi ha contribuito a questo risultato e nella linea del traguardo ha festeggiato la dismissione dell’agglomerato. Dovessi dipingere un quadro di quanto è rimasto impresso nella mia mente, questo avrebbe sullo sfondo lo scenario collinare dei paesi minori, ai suoi piedi una distesa desertica in cui tra strade e carene operai istituzionali, ripuliscono il fango, utilizzando coha, xhipune e miletè, coadiuvati da autoctoni che inconsapevolmente offrono quello che ancora rimane delle tipiche vesti arbëreshë, in quanto per loro rappresentano gli stracci idonei a soffocare i respiri d’arbëria.

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