Un libro per riscoprire Lungro

Scritto da Luigi Boccia il . In Libri in recensione

IlCentroAnticodiLungroCopertinaLe prime luci dell'alba, riflesse dal mare di Sibari, illuminano Lungro dal basso risalendo lungo il tracciato del fiume Tiro. L'effetto scenico è teatrale, fascinoso e drammatico: il mare Ionio fa da sfondo alla valle del fiume che si perde nella montagna maestosa appena sopra le abitazioni del centro storico. Questo comprensorio geografico è stato, nei diversi periodi storici, il centro di una intensa attività umana che ha lasciato nel paesaggio lungrese tracce materiali deboli e fino ad ora quasi sempre ignorate o trascurate.

Il libro “Il centro antico di Lungro – Un raro documento di rigore tipologico e di sofisticata strategia insediativa” (Ed. Il Coscile, 2012) di Enzo M. Mattanò è il primo testo ad affrontare questo complesso tema proponendo uno studio delle principali stratificazioni storiche nel territorio lungrese.

Il saggio di apertura del volume propone una ipotesi interpretativa sulla strategia insediativa degli albanesi al loro arrivo a Lungro e sull'evoluzione urbanistica del centro antico del paese. Partendo dalla planimetria attuale del centro storico, l'autore procede per sottrazioni successive eliminando il tessuto urbano più recente. Il risultato di questa operazione è sorprendente poiché permette di identificare l'accampamento iniziale degli albanesi al loro arrivo a Lungro, intorno all'anno 1486. Numerosi sono i riscontri che l'autore propone a conferma di questa ipotesi. Ad esempio, gli edifici più antichi sono diciassette e corrispondono in numero alle famiglie che De Marchis indica come quelle appartenenti al primo flusso migratorio giunto a Lungro. È interessante notare come, al loro arrivo, gli albanesi si dispongano in una maglia circolare, seguendo la logica insediativa tipica degli accampamenti militari e di chi ha necessità di protezione in un territorio non sicuro. Un'ulteriore conferma di questa ipotesi è legata alla scelta dell'area in cui insediarsi che si trova appena sopra il pre-esistente borgo e l'Abazia italo-greca.

Leggere questa parte del libro significa emozionarsi scoprendo immagini che evocano lo scorrere della vita a Lungro cinquecento anni fa. Si comprende, ad esempio, come la piazza principale del paese, Qenga, sia nata come centro dell'accampamento, luogo simbolico destinato all'incontro e alla vita comune, dove le decisioni più importanti venivano prese dai capi famiglia che, nella struttura sociale albanese, avevano un ruolo fondamentale. Non è dunque casuale che la sede storica del comune di Lungro si trovi ancora oggi al centro del primo insediamento albanese. Proseguendo in una operazione di archeologia del paesaggio, l'autore delinea le fasi di evoluzione dell'abitato secondo una logica insediativa policentrica radiale che ha avuto come modulo primario di sviluppo la gjitonia.

La seconda parte del volume raccoglie contributi di Gianfranco Castiglia e Angelo Straticò che, insieme a Leonardo Pignata, Pierre Frega e allo stesso Enzo Mattanò, incrociano dati storici e rilievi sul territorio dando una visione organica degli edifici più importanti di Lungro. Partendo da una cartografia della “Contea di Altomonte” redatta dal regio cartografo Donato Gallerano nell’anno 1713 e trovata da Francesco Damis presso l'Archivio di Stato di Napoli, gli autori ubicano gli edifici principali del paese in quegli anni. Una prima scoperta importante è quella della collocazione della chiesa parrocchiale di San Nicola di Mira, pre-esistente all'attuale cattedrale e prima chiesa costruita dai profughi albanesi al loro arrivo. L'edificio, trasformato in “casa palazziata”, si trova nei pressi dell'attuale cattedrale e dell'antica chiesa badiale pertinente al monastero basiliano di Lungro. Viene individuata anche l'ubicazione delle cappelle rurali di S. Fantino, S. Pietro, S. Ippolito e S. Venerdì, tutte di origine bizantina. Le cappelle definiscono un tracciato che, seguendo idealmente quello del fiume Tiro, porta in direzione della montagna dove gli autori individuano ruderi attribuiti alla chiesetta e all’asceterio di S. Maria Callistata (o di Caglistrino). Le tracce ritrovate sono di notevole rilievo per due motivi. In primo luogo confermano come le montagne tra la Basilicata e la Calabria siano state, a partire dal VII e VIII e fino al XIII sec., un centro spirituale di grande rilievo a margine dell'Eparchia monastica del Mercurion. In secondo luogo, il ritrovamento dei ruderi di Caglistrino, insieme al sistema di cappelle rurali, traccia una via di accesso dalla piana di Sibari al Mercurion e individua nelle montagne di Lungro un centro monastico bizantino di estremo rilievo ma sino ad ora ignorato pur se presente in diverse mappe storiche.

La terza parte del libro è dedicata alla Cattedrale di San Nicola di Mira in Lungro di cui viene presentato per la prima volta un diario dei lavori e il progetto e la relazione tecnica che l'Architetto Aristide Armentano propose per il completamento della chiesa nel 1919. L'architettura dell'edificio sacro è riletta attraverso una analisi storico-critica dal Mattanò che la interpreta secondo i criteri ispirati dall'ontologia heideggeriana. Di cruciale rilievo è la nota dell'autore a margine dell'adeguamento liturgico del monumento, evidentemente non progettato inizialmente secondo i canoni delle chiese orientali, al culto greco-bizantino. Gli interventi di adeguamento liturgico ne hanno “manomesso, smarrendola, l'unità artistica e l'hanno trasformata in una molteplicità caotica di intenzioni iconiche incapaci di dialogare con l'architettura”.

Nel suo complesso, il libro è di grande importanza per Lungro, per i lungresi e per tutti gli arbëreshë. Si tratta, infatti, del primo tentativo di affrontare in maniera organica il tema della trasposizione nello spazio di vicende storiche, dando corpo alle maglie insediative, alle strutture abitative e alle vie di comunicazione. Per via indiretta, il libro tratta del rapporto tra le generazioni di uomini che hanno popolato la terra di Lungro dal periodo italo-greco sino ad oggi. Tra le sue pagine gli asceti bizantini delle montagne, i primi profughi albanesi e l'umanità varia che ha abitato il paese nei secoli riprendono vita e sembrano chiedere con forza ai lungresi di oggi orgoglio e attenzione. Le loro ombre si scorgono tra gli antichi palazzi resi fatiscenti dall'incuria degli ultimi decenni ma che, grazie all'evocazione di queste presenze, riacquisicono una straordinaria importanza e dignità. 

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