perlasalvaguardiadelpatrimonio“…më fërnoj luftzën
e perëndoj dielli…”
da: ‘Kënka Skanderbekut ‐ Rapsodhì arbëreshe’
(Emanuele Giordano, Folklore albanese in Italia, 1957)
“…terminò la lotta,
e tramontò il sole…”
da: ‘La canzone a Skanderbeg ‐ Rapsodia italo‐albanese’

 

Tornare in un luogo che ci ha lasciato un’indelebile impressione, nonostante sia passato tanto tempo, è sempre emozionante. Tornare in un luogo dove si celebra un caratteristico evento che ti riguarda, che appartiene alla tua gente, alla storia della tua famiglia, e all’ancestrale intimità che vive dentro il tuo essere, è  un’esperienza plurima e, nello stesso tempo, assoluta. Tornare in un luogo, dove, per la prima volta, sei stato insieme a una persona amica, il cui percorso in questo mondo è stato interrotto qualche anno dopo quella scoperta, è anche straziante, poiché quel posto ti parla della sua assenza.
L’ultimo martedì di Pasqua (Martë e Pashqëvet), abbiamo accompagnato un’amica del nord‐est, incuriosita dalla manifestazione delle Valle (Ridde), a Civita (Çifti),
splendida località, in provincia di Cosenza, ubicata ai piedi della catena montuosa del Pollino (Pulini). Secondo alcuni studiosi, il nome di questa montagna, in latino Mons Apollineus, deriva da monte di Apollo, il dio greco della medicina, a lui dedicato, in epoca ellenica, per la cospicua crescita di piante officinali che gli antichi greci raccoglievano per svariati utilizzi, ma prevalentemente per scopi farmacologici. Qui, si rifornivano anche di pregiato legname, soprattutto per la costruzione di imbarcazioni. È proprio in questo territorio che vegeta una rara conifera, il Pino Loricato (Pinus Leucodermis), autentico spettacolo da ammirare per la sua imponenza e per la straordinaria bellezza. Trasmigrato dai Balcani, attecchì in varie alture del meridione della Penisola, ma solo in questo massiccio, che ora fa parte dell’area protetta più estesa d’Italia, il Parco Nazionale del Pollino, è ancora presente in un buon numero di esemplari. Riguardo a queste montagne, scriveva in Old Calabria, pubblicato nel 1915 a Londra, Norman Douglas: “…chi abbia voglia di godere la bellezza di questi paesaggi selvosi prima che scompaiano dalla faccia della Terra, dovrà affrettarsi”. Questi luoghi, nel corso del tempo, hanno subito tante “perdite”, come aveva previsto il viaggiatore britannico, ma non hanno perso la loro bellezza e il loro particolare fascino.

Nel tardo pomeriggio, quando il consueto giro di danze lungo le strade del centro di Civita volgeva al termine, dopo qualche veloce saluto, abbiamo lasciato il delizioso paese e ci siamo diretti verso l’imbocco dell’autostrada, intenzionati a recarci in un altro posto.
Mentre eravamo sulla strada provinciale, che va a nord‐ovest, i bagliori dell’ultimo sole calante contribuivano a far risaltare la particolare conformazione piramidale dei monti Sant’Angelo e Monzone, accentuando il fascino di questi luoghi e rendendo più amara la nostra partenza. Sulla nostra destra, a nord‐est, si scorgevano le cortine di abitazioni di un centro abitato, ossia quelle della ridente frazione di Eianina (Ejanina) colpite da una flebile e carezzevole luce radente. Volgendo lo sguardo più a nord, verso un altro agglomerato urbano, affiancato a quello prima citato, scrutandolo, ho avvertito un richiamo e non ho potuto fare a meno – il desiderio era troppo forte – di insistere per cambiare direzione e dirottarvi il gruppo di amici. Transitando là vicino, senza fermarmi, sarebbe stato come passare davanti all’abitazione di un vecchio amico e non andare a salutarlo. E poi in quel particolare giorno, a quell’ora, dovevo a ogni costo fermarmi là, poiché se non l’avessi fatto avrei ingannato me stesso, la mia gente, la nostra storia: un imperdonabile tradimento. L’area in cui ci trovavamo aveva ammaliato anche Luigi Veronelli, soprattutto per il prelibato nettare degli Dei prodotto in questo caratteristico territorio. Il Maestro, prima del trionfo del vino‐vetrina, da lui aspramente criticato, scriveva su «L’Espresso» (n. 271, 9 novembre 1986) “…il vino del Pollino – nelle due versioni Rosso rubino e Rosso cerasuolo – della Cantina Sociale ‘Vini del Pollino’: buoni, più che buoni, abbraccianti… so che quei due, Rosso rubino e Rosso cerasuolo, mi hanno conquistato”. È proprio qui che fu fondata una delle prime cantine sociali dell’estremo meridione: tuttora qui si producono ottimi vini, utilizzando, soprattutto, due prestigiosi vitigni autoctoni; il Magliocco, (in greco antico, secondo alcuni, significa, “nodo stretto”, per altri, “nodo tenerissimo”), uva a bacca nera, e il Montonico (in greco antico equivale a “profetico”), a bacca bianca. E tanti sono i luoghi di ristoro che offrono prelibate pietanze tipiche cucinate magistralmente; una delle più rinomate è l’agnello o il capretto alle erbe del Pollino. Inoltre, nelle vicinanze, in questa terra fiorente di funghi, nella località Commenda di Malta e, qualche chilometro più in là, nel demanio di Castrovillari (nelle aree Santo Iorio, Marcellina e Conca dei Re), vengono ricercati pregiati tartufi, come il Mesenterico, lo Scorzone, l’Uncinato, il Moscato, nonché il raro Tuber magnatum, ossia il Tartufo bianco. Un volta scesi dall’automobile, trovarsi di fronte una targa con scritto Ka Sa Lluçia (“Nella zona di Santa Lucia”), per chi di noi non conosce questa realtà, è motivo di grande curiosità, per cui mi ritrovo a spiegare di nuovo che anche tale centro urbano, come Civita ed Eianina, appartiene al gruppo etno‐linguistico arbëreshë. La comunità, al pari delle altre sorte in quest’area protetta, è stata fondata nella seconda metà del XV secolo da profughi albanesi e greci trasmigrati dai Balcani – proprio come i vigorosi pini loricati – a causa dell’inarrestabile avanzata turco‐ottomana in quella regione geografica.
Continuiamo il percorso e, dopo pochi metri, appare un’altra targa: Ka shesh i Skapilit; proseguiamo e in un cantonale troviamo un’altra insegna, questa volta con scritto, sopra, “Via dei Latini” e sotto Udha e Lëtinjvet, toponimo presente in vari nuclei urbani arbëreshë. Per latini s’intendevano, ed è ancora così, gli abitanti autoctoni: secondo alcuni studiosi, quella strada era abitata da indigeni, mentre altri sostengono che fosse destinata al loro accesso. Infatti, in passato, të huajtë (gli stranieri) potevano entrare nei villaggi arbëreshë solo in determinati giorni dell’anno: uno di questi era il martedì dopo Pasqua (E Martja e Pashkëvet), appunto detto Martedì dei latini. Ciò non significa che gli italo‐albanesi (arbëreshë) fossero ostili nei confronti di chi non appartenesse alla loro etnia; al contrario, nel loro codice comportamentale di riferimento, il Kanun, “Diritto consuetudinario delle montagne albanesi”, di Leke Dukagjini, si legge: “La casa dell’albanese è di Dio e dell’ospite”. Inoltre, basta citare un celebre detto: “Mbjidh të huajin!” (“Accogli l’ospite!”), per comprendere il rispetto che questo popolo aveva e ha nei confronti degli estranei. Tuttora questa peculiarità dell’accogliere l’altro persiste: ammirevole è l’esempio che ne ha dato il Comune arbëresh di Acquaformosa (Firmoza), non distante da qui, che in questi anni di massici spostamenti migratori ha ospitato un notevole numero di profughi, i quali si sono integrati senza difficoltà nella comunità. Proseguendo il nostro percorso, giunti in uno slargo (shesh), ci è apparsa davanti la graziosa facciata di una chiesetta, al cui centro, sopra il portale, era incastonato un mosaico in stile bizantino con la canonica figura di Santa Lucia (Sa Lluçia): così ci si è svelata la ragione della scritta Ka Sa Lluçia, in cui ci eravamo imbattuti all’inizio. Istintivamente, ci siamo immessi nella via che si apriva alla sua destra e, subito dopo, abbiamo iniziato ad avvertire delle voci in coro che diventavano sempre più intense, man mano che andavamo avanti. Ish e serposei (iniziava a imbrunire) e nei miei pensieri hanno ripreso vita le parole dell’amico giornalista Luigi Di Fonzo, di quando, in quel particolare e misterioso momento della giornata in cui non è più giorno né ancora notte, insieme vagavamo per i viali di una metropoli. In quella circostanza lui sovente affermava che in quella fase del giorno, che adorava, tutto ciò che ci circonda assume qualcosa di magico permettendo di vedere e percepire alcune sfumature che non è possibile cogliere quando c’è molta o troppo poca luce. Ho sempre pensato la stessa cosa.
Mentre rimuginavo queste considerazioni, siamo giunti in un ampio slargo, qaca (piazza) dove, a destra della nostra visuale, si ergeva la maestosa chiesa matrice di Santa Maria Assunta, internamente ordinata nello stile dello splendore bizantino. Infatti, in questo, e in altri centri arbëreshë, si preserva il rito greco‐bizantino di credo cattolico. L’area posta al fianco sinistro, guardando la facciata dell’edificio di culto, era gremita di gente. Tra queste riconosco uno stimatissimo papàs (sacerdote), con il kalimafion in capo, e la consorte che mi salutano calorosamente, un altro insigne prelato, colonna portante della diocesi di Lungro (Ungra), paese pure italo‐albanese, con l’intera famiglia, l’avevo incrociato, prima, a Civita. Al centro della strada, alcuni capannelli di persone disposte a forma di U, “legate”
l’una all’altra tramite fazzoletti, perlopiù bianchi, che stringevano con la mano. Alle estremità vi erano due, tre uomini mentre il resto del gruppo era composto da donne: tutti insieme innalzavano al cielo antiche rapsodie. Ognuno di loro emanava una particolare luce, più di tutti le donne, che indossavano gli stupefacenti costumi tradizionali con ricami d’oro. Gli antichi canti intonati rievocavano una memorabile, agguerrita battaglia, vinta dal condottiero albanese Giorgio Castriota Skanderbeg contro il traditore Balaban, combattuta durante il cosiddetto Moti i madh (Tempo grande), esattamente il 27 aprile 1467; quel giorno era il martedì successivo alla Pasqua: per tale ragione ogni anno e martja e Pashkëvet (il martedì dopo Pasqua) si celebrano le Valle, le quali non sono altro che delle ridde, ossia delle danze cadenzate, in ballo tondo, in cui si intonano antiche rapsodie, soprattutto, in onore dell’eroe albanese, prima citato. Riguardo alle usanze degli arbëreshë, scriveva Vincenzo Dorsa, in un articolo, “I Calabro Albanesi”, apparso sulla rivista Il Calabrese (15 ottobre 1843); “In simili feste gli albanesi toccano l’eccesso dell’allegrezza; ma serbando sempre inalterabile il buon ordine, non perdono né di contegno né di decenza…”.

Nel corso dell’evento vagano per il centro urbano alcuni individui denominati “tintori”, che chiedono alle persone sospettate di essere lëtinjë (stranieri) di pronunciare correttamente qualche locuzione nell’idioma arbëresh – solitamente si usa “Tumacë me qiqra” (“Tagliatelle e ceci”) – e se il malcapitato non sa articolare bene la frase gli viene tinto il viso di kamné (fuliggine). Altra usanza, da parte del gruppo danzante, è quella di individuare un lëtirë (straniero) o un arbëresh preso di mira, accerchiarlo cantando e, in girotondo, accompagnarlo in un locale per farsi offrire da bere. Altri giovani ripetono il rito della Kutula (Cranio) portando in giro un teschio di animale per poi rivolgersi a una persona esclamando: “kujto se ke të vdesësh!” (“Ricordati che dovrai morire!”). Un altro importante tema che si vuol ricordare in questo giorno riguarda la besa, ossia la parola data, che per gli arbëreshë possiede una certa sacralità: non la si può assolutamente disattendere. E, appunto, una delle antiche rapsodie rievoca una delle versioni, ne esistono diverse, della leggenda (ripresa anche dallo scrittore Ismail Kadare in Chi ha riportato Doruntina?, del 1980) di Kostantino e della sorella Jurendina, che avevano altri sette fratelli e appartenevano a una notabile famiglia d’Albania. Quando la mano di Jurendina viene chiesta da un ricco signore che vive in un luogo lontano, sia i genitori che i fratelli non sono propensi al matrimonio, perché l’unica figlia femmina si sarebbe allontanata dalla famiglia. Tuttavia, Kostantino, l’unico favorevole a tale unione, dà la sua “parola” (fjala = besa): “Vet’e e marr e më t’e siell” (“Vado io e te
la riporto.”): in sostanza, promette alla madre di andare a prendere la sorella ogni qual volta lei la desiderasse a casa. Così, “por te fjala e Kostandinit Jurëndinen e martuen” (“In virtù della parola di Costantino hanno sposato Jurendina”). La ragazza, dopo le nozze, va a vivere nel paese del coniuge. Dopo poco tempo, nei territori in cui vive la famiglia della sposa, scoppia una sanguinosa guerra, nella quale gli otto fratelli perdono la vita. Kostantino non può rinnegare la besa (promessa) e, dato che la madre desidera fortemente rivedere Jurendina, ritorna in vita e va a prendere la sorella per portarla da lei. Mentre sono in viaggio, la giovane, ignara di tutto, è sbalordita vedendo il fratello impolverato e sentendolo lamentarsi continuamente di avere freddo. Una volta giunti sull’uscio di casa, lui la lascia e se ne va. Quando la madre apre la porta e scorge la figlia, le chiede chi l’avesse accompagnata, e lei risponde che era stato Kostantino.
Costernata, la donna rivela che il fratello, insieme a tutti gli altri, era caduto in battaglia. La commozione e il dolore delle due sono talmente intesi che entrambe perdono la vita. Ancora, in questa manifestazione, durante la tarda serata saranno intonati i vjersh (versi, canti, stornelli); in realtà, come sostiene lo studioso Giuseppe Baffa, “Vje(r)sh per un arbëresh è molto di più. È un impeto irrefrenabile e inarrestabile che sgorga dal cuore e dalle viscere di chi lo intona, alla luce del sole o protetto dalle ombre della notte, nelle quali si rifugia da occhi indiscreti. Può essere dettato da svariati sentimentiTra le atmosfere dei luoghi arbëreshë che spaziano dall’amicizia, dall’amore, all’odio, al rammarico, alla malinconia, alla gioia ecc.”, (Vjesh – Il canto popolare di Santa Sofia d’Epiro, 2010). In questa singolare giornata, ciò che anima e unisce il tutto è il senso della vëllamja, ossia della fratellanza, che per gli arbëreshë non è solo un rito antico, ma rappresenta, e speriamo che sia ancora così, l’essenza stessa della loro identità. Lo sciame di quegli antichi e luminosi canti, la flessuosità dei movimenti delle danze che ricordano lo sciogliersi delle nevi e l’inverno che termina il suo ciclo per cedere il posto alla primavera e quindi alla rinascita; la lucentezza delle pietre della chiesa, il cui interno viene cosparso di foglie di dhafen (alloro) il precedente sabato, E Shëtune e Javes e Madhe (Il Sabato Santo della Grande Settimana), mentre ancora, nel silenzio, riecheggiavano i vibranti canti liturgici dell’aristocratica lingua greca, intonati nei giorni passati; gli sguardi ammalianti e nostalgici di tutte quelle persone che sembravano essere là da sempre…
Queste e tante altre “sfumature” di quella magica atmosfera, in cui tutto e tutti brillavano, mi hanno rapito, trascinandomi in un piacevole vortice e trasportandomi in un altro tempo e in un altro spazio. Certamente Frasnita (Frascineto) – il luogo che aveva dato i natali a Vincenzo Dorsa, Ujko Vorea, Emanuele Giordano, solo per citare alcune personalità – in quel momento era il posto più bello del mondo.

KUDO QË TË JESH

Kur vala e jetës këputet
mbi gurinat e deluzioneve,
kur në çdo kopsht
kumbulla dhe qershia
janë të thata
e shqetësimi ja pi gjakun
orëve të pritjes,
në atë çast ndokush
zgjat dorën mbi dhe
për një grusht dashuri.
Kudo që të jesh
në mërgim a në burg,
i etur a i urët
i arratisur i përndjekur,
i dërmuar e përmbysur
i përbuzur
ti je vëlla i dashur.
Për ty unë do ta ruaj
pikën e fundit
të bucelës sime.
Ujko Vorea
(Poesia tratta da “Kosovë”, 1973)

OVUNQUE TU SIA
Quando l’onda della vita s’infrange
contro la pietraia delle disillusioni,
quando in ogni giardino
il pruno e il ciliegio
sono ormai secchi
e l’inquietudine beve il sangue
alle ore dell’attesa,
in quel momento ognuno
sulla terra tende la mano
per un pugno d’amore.
Ovunque tu sia
in esilio o in prigione,
assettato o affamato,
fuggitivo e perseguitato,
deriso
tu sei un fratello amato.
Per te manterrò
l’ultima goccia
della mia borraccia.
Ukjo Vorea

 

Lucio Franco Masci

 

articolo pubbblicato sull'ultimo numero della Rivista "APOLLINEA" - Settembre-Ottobre 2016 Magji ku rri e sërposet... (Incantesimo all'imbrunire)

 

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Scambio culturale tra il comune di Cerzeto e il liceo “Ernest Koliqi” di Tirana
Il rappresentante di “Italia delle Minoranze” Cataldo Pugliese manifesta con la sua partecipazione, vicinanza e ammirazione al progetto di educazione e scambio culturale realizzato dal comune di Cerzeto e dal liceo “Ernest Koliqi” di Tirana.
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Il sindaco di Ururi incontra il presidente Meta
Il presidente della Repubblica, Ilir Meta, ha tenuto un incontro questo sabato con i rappresentanti della comunità Arberesh in Italia.
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X anniversario della chirotonia episcopale del Vescovo di Lungro
Ricordiamo con piacere la ricorrenza del X anniversario della chirotonia episcopale del Vesovo di Lungro, S.E. Mons. Donato Oliverio. Dieci anni di episcopato denso e ricco di ferventi attività. Felicitazioni al nostro vescovo!εἰς πολλὰ ἔτη, Δέσποτα
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Il giardino dei sensi
Sensi e spiritualità: due parole in apparenza contraddittorie. Eppure tutta la Bibbia brulica di personaggi e di scene sensuali, come un "giardino delle delizie" in cui la vista, l'udito, il tatto, il gusto e l'odorato celebrano il loro festino. .
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Discorso di Papa Paolo VI in occasione del IV centenario del Collegio Greco di Roma
Sabato, 30 aprile 1977 Venerati Fratelli e carissimi Figli! Ispirato ad intonazione di profonda letizia, dopo i bei canti liturgici e le devote parole del Signor Cardinale Paul Philippe, è l'odierno incontro, il quale, se di per sé si collega ad una ricorrenza quattro volte centenaria - quella della fondazione in Roma del Collegio Greco di S. Atanasio - si apre, peraltro, e si allarga nella visione della Chiesa d'Oriente, che con la Chiesa Latina forma l'unica ed indivisa Chiesa di Cristo. Il Nostro saluto, come alle Autorità religiose qui presenti, si dirige naturalmente a voi, Alunni e Superiori del Collegio, perché siete voi i festeggiati; e si rivolge ancora ai condiscepoli degli altri Istituti eretti nell'Urbe per l'educazione del Clero di rito orientale, perché tutti insieme voi ponete dinanzi ai nostri occhi questa consolante realtà di coesione ecclesiale. .
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Typikà locali parrocchiali nella chiesa arbëreshe
Nel passato circolavano tra le Comunità arbëreshe di Calabria, oltre a typikà bizantini stampati generalmente a Venezia, comodi rubricari manoscritti che riproducevano le norme generali, ma introducevano anche elementi locali. Per una storia autentica dell’evoluzione storica della tradizione bizantina tra gli Arbëreshë è indispensabile conoscere questi documenti che ci riportano  la prassi concreta. .
Nel passato circolavano tra le Comunità arbëreshe di Calabria, oltre a typikà bizantini stampati generalmente a Venezia, comodi rubricari manoscritti che riproducevano le norme generali, ma introducevano anche elementi locali. Per una storia autentica dell’evoluzione storica della tradizione bizantina tra gli Arbëreshë è indispensabile conoscere questi documenti che ci riportano  la prassi concreta. . Read More...
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Giorgio Castriota Skanderbeg tra storia e mito
La parrocchia greca di Cosenza dell'Eparchia di Lungro e, in particolare, il parroco protopresbitero Pietro Lanza, stanno ricordando nel corso di questa settimana l'eroe albanese Giorgio Kastriota Skanderbeg a 550 anni dalla sua morte. Oltre ai vari eventi segnalati sul calendario di Jemi.it, è stata diffusa anche una monografia contenuta nel volume I Padroni dell’Acciaio, scritta da Gabriele Campagnano Zweilawyer e illustrata da Francesco Saverio Ferrara.
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Il Padre di tutti, l’Amico di sempre
“Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”.                                                                    Bertolt BrechtIl tempo scorre inesorabilmente, i modi di vita cambiano sempre più rapidamente, poche cose permangono, così come i sentimenti, forse perché sanno di eternità. E il “sentimento del ricordo”, anche se in modo diverso da individuo a individuo, vive sempre in ognuno.
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Spigolature storico-biografiche del siculo-arbëresh Francesco Crispi nel 195° anniversario della nascita
Nacque a Ribera (Agrigento) il 4 ottobre 1818, compì i primi studi nel seminario greco-albanese di Palermo, e si laureò in Giurisprudenza nel 1837. L’anno dopo sposò Rosa D’Angelo che morì nel 1840. Nel 1839, Francesco Crispi (1) aveva fondato e diresse poi per tre anni, il giornale “L’ORETEO”. Nel 1844 si presentò a un concorso per la magistratura, riuscendo primo, ma in seguito rinunciò per esercitare l’avvocatura a Napoli. Intanto si occupava di politica, svolgendo idee e propaganda liberali.
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La Presidente Succurro ha incontrato l’Ambasciatore del Kosovo in Italia
Nella splendida cornice del Salone degli Specchi della Provincia di Cosenza si è svolta, nel pomeriggio di giovedì 23 giugno, la visita dell’Ambasciatore della Repubblica del Kosovo in Italia – S.E. Sig.ra Lendita Haxhitasim, accolta anche da una nutrita delegazione di Sindaci delle Comunità arbëreshë del territorio cosentino.
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Sant’Atanasio dei Greci: calendario Grande Quaresima 2022
Riportiamo qui di seguito il programma completo delle celebrazioni della Grande Quaresima e della Grande e Santa Settimana dell'anno 2022 presso la chiesa di Sant'Atanasio dei Greci a Roma. I testi dei riti sono presenti sul sito: www.liturgiabizantina.it
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“Arbëria Viva” di Arbër Agalliu premiato a Moda Movie
Il cortometraggio di Arbër Agalliu sulle minoranze linguistiche arbëresh ha ricevuto il premio speciale durante la kermess di moda e cinema "Moda Movie" a Cosenza. 
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La Rai Calabria sostiene la cultura e la lingua arbëreshe in Italia attraverso programmi dedicati
In Calabria, la Rai prevede di promuovere la lingua e la cultura arbëreshë, come stabilito nel nuovo contratto di servizio per il periodo 2023-2028, approvato definitivamente dal Consiglio di Amministrazione dell'azienda radiotelevisiva, presieduto da Marinella Soldi.
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La lingua arbëreshe viene snobbata
La lingua è l’elemento fondamentale che caratterizza una comunità e un intero popolo. Secondo Bruner la lingua svolge una funzione di trasmissione culturale. Infatti, diventa tramite necessario per la conservazione di pratiche culturali e religiose. Inoltre, non va dimenticato, nel caso della comunità di Piana degli Albanesi, che un ruolo fondamentale nella conservazione della lingua arbëreshe è stato giocato dai papades. Infatti, il primo testo il lingua arbëreshe è stato scritto nel 1592 da un sacerdote: Luca Matranga. Si tratta dell’ E Mbësuame e Krështerë – La Dottrina Cristiana Albanese. Nel corso dei secoli, come in parte ancora oggi, nelle chiese arbëreshe di Piana le preghiere si recitano in lingua. E, grazie al catechismo frequentato dai bambini che si preparano per la prima confessione, si ha la possibilità di dar vita a un continuum e tramandare alle nuove generazioni la lingua.
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Il presidente albanese Meta chiede che l'arbëresh venga insegnato a scuola
Il presidente della Repubblica, Ilir Meta ha incoraggiato questo sabato i parlamentari italiani a fornire il loro supporto affinchè la lingua arbëreshe venga insegnata nelle scuole dei dei comuni minoritari. 
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Scoperto l’anno di nascita del poeta albanese sangiorgese Giulio Variboba
La ricerca sul poeta D. Giulio Varibobba non finisce mai di stupire. Sono stati rintracciati ultimamente importanti fonti documentali presso archivi pubblici e privati sulla comunità di San Giorgio Albanese in provincia di Cosenza.
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Gjitonia te fshati global
Ndoshta ngë mënd të njihen vetat o bashkësìtë nga llargu: dëftohen neve vetëm tue u jetuar përkrahu atyre, tue i dashur. “Një njohje e madhe ë’ bijë e njëi dashurìe”: ndjenjat, nëse të dëlirë, ngë janë të rreme. Kerkoj te zëmbra e njerìut dhe gjej patëmetësì (/ndershmërì), parimësì, e vërtetë dhe kushtin e mundësìsë fizike, psikike, shpirtërore shpëtuese të njëi bote të globalizuame dhe në ndryshim të shpejtë. Për këtë, pikërisht tue vërejtur atje ku duket e zhdukur zëmbra, kërkoj të gjej gjurmën e ndonjëi mundësìe të aftë të bejë të ringjallet lirìa e brëndshme dhe hapja ndaj tjerëvet.
Ndoshta ngë mënd të njihen vetat o bashkësìtë nga llargu: dëftohen neve vetëm tue u jetuar përkrahu atyre, tue i dashur. “Një njohje e madhe ë’ bijë e njëi dashurìe”: ndjenjat, nëse të dëlirë, ngë janë të rreme. Kerkoj te zëmbra e njerìut dhe gjej patëmetësì (/ndershmërì), parimësì, e vërtetë dhe kushtin e mundësìsë fizike, psikike, shpirtërore shpëtuese të njëi bote të globalizuame dhe në ndryshim të shpejtë. Për këtë, pikërisht tue vërejtur atje ku duket e zhdukur zëmbra, kërkoj të gjej gjurmën e ndonjëi mundësìe të aftë të bejë të ringjallet lirìa e brëndshme dhe hapja ndaj tjerëvet. Read More...
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Gerbidi e maggesi
E’ trascorso più di un secolo dai forse dimenticati “Moti di Palazzo Adriano”: una sollevazione contadina contro il padronato, motivata dalla ‘pretesa’ d’aumentare la propria quota spettante in grano dal 25% al 30% del raccolto, sollevazione sedata nel sangue. Allora la terra del mio paese dava da vivere ad una popolazione doppia rispetto a quella attuale. Purtroppo però l’inevitabile incremento demografico, dovuto a migliori condizioni igieniche e sanitarie e alla diminuzione della mortalità infantile, produceva una lenta ma continua emigrazione verso ‘il nuovo mondo’.
E’ trascorso più di un secolo dai forse dimenticati “Moti di Palazzo Adriano”: una sollevazione contadina contro il padronato, motivata dalla ‘pretesa’ d’aumentare la propria quota spettante in grano dal 25% al 30% del raccolto, sollevazione sedata nel sangue. Allora la terra del mio paese dava da vivere ad una popolazione doppia rispetto a quella attuale. Purtroppo però l’inevitabile incremento demografico, dovuto a migliori condizioni igieniche e sanitarie e alla diminuzione della mortalità infantile, produceva una lenta ma continua emigrazione verso ‘il nuovo mondo’. Read More...
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Istituiti punti telematici per accedere all'Archivio di Stato albanese
'INIZIATIVA di creare una rete di Punti-Archivio per il mondo albanese, collegati elettronicamente con l'Archivio Centrale di Tirana, è partita alla fine del 2020, anche alla luce delle difficoltà create dalla crisi pandemica, su iniziativa della Direzione Generale degli Archivi d'Albania, guidata dal giovane Direttore generale Ardit Bido e dal suo staff del settore informatico, vista l'impossibilità per studenti, ricercatori e studiosi di utilizzare direttamente le fonti archivistiche in possesso dell'Archivio stesso.
'INIZIATIVA di creare una rete di Punti-Archivio per il mondo albanese, collegati elettronicamente con l'Archivio Centrale di Tirana, è partita alla fine del 2020, anche alla luce delle difficoltà create dalla crisi pandemica, su iniziativa della Direzione Generale degli Archivi d'Albania, guidata dal giovane Direttore generale Ardit Bido e dal suo staff del settore informatico, vista l'impossibilità per studenti, ricercatori e studiosi di utilizzare direttamente le fonti archivistiche in possesso dell'Archivio stesso. Read More...
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Napoli, polo storico di riferimento culturale per il mondo albanese e l’Arbëria
Al via lunedì 20 giugno alle 15,30 nella sede dell’Università degli studi di Napoli L’Orientale di Palazzo du Mesnil, in via Chiatamone 62, la prima delle due giornate del convegno internazionale “Napoli, polo storico di riferimento culturale per il mondo albanese e l’Arbëria” nel bicentenario della morte di Angelo Masci, intellettuale attivo a Napoli alla fine del ‘700. A lui si deve il “Discorso sull’origine, costumi, e stato attuale della natione Albanese”, pubblicato per la prima volta a Napoli nel 1807.
Al via lunedì 20 giugno alle 15,30 nella sede dell’Università degli studi di Napoli L’Orientale di Palazzo du Mesnil, in via Chiatamone 62, la prima delle due giornate del convegno internazionale “Napoli, polo storico di riferimento culturale per il mondo albanese e l’Arbëria” nel bicentenario della morte di Angelo Masci, intellettuale attivo a Napoli alla fine del ‘700. A lui si deve il “Discorso sull’origine, costumi, e stato attuale della natione Albanese”, pubblicato per la prima volta a Napoli nel 1807. Read More...
Missiva a Spirlì
Buon giorno Signor Presidente, nella prima settimana dello scorso settembre Lei, in qualità di Vice Presidente della Regione, con la partecipazione di dirigenti di dipartimenti della stessa, dott.ssa Sonia Talarico, dott.ssa M. Antonella Cauteruccio, Dott. Maurizio Nicolai e dott.ssa Francesca Gatto, ha incontrato il CO.RE.MI.L. ed il giorno successivo il direttore della RAI Calabria, dottor Demetrio Crucitti, per gettare la basi ad una Convenzione Ragione-RAI.
Buon giorno Signor Presidente, nella prima settimana dello scorso settembre Lei, in qualità di Vice Presidente della Regione, con la partecipazione di dirigenti di dipartimenti della stessa, dott.ssa Sonia Talarico, dott.ssa M. Antonella Cauteruccio, Dott. Maurizio Nicolai e dott.ssa Francesca Gatto, ha incontrato il CO.RE.MI.L. ed il giorno successivo il direttore della RAI Calabria, dottor Demetrio Crucitti, per gettare la basi ad una Convenzione Ragione-RAI. Read More...
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Recenzione libri: “Viaggio nella Calabria basiliana” di Enzo Cordasco
Continua l'ondata di interesse per gli insediamenti monastici basiliani in Calabria. Proproniamo il libro "Viaggio nella Calabria basiliana" di Enzo Cordasco che offre un itinerario nella Calabria bizantina comprendendo diversi contesti arbëreshë.
Continua l'ondata di interesse per gli insediamenti monastici basiliani in Calabria. Proproniamo il libro "Viaggio nella Calabria basiliana" di Enzo Cordasco che offre un itinerario nella Calabria bizantina comprendendo diversi contesti arbëreshë. Read More...
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Il progetto e l'evento. Gioacchino, Dante, Michelangelo, Scarpa e i cerchi trinitari
L'architetto-filosofo lungrese, Enzo Mattanò, ha appena pubblicato un importante testo che contribuisce ad inquadrare la centralità della teologia figurativa di Gioacchino da Fiore nel pensiero filosofico occidentale.
L'architetto-filosofo lungrese, Enzo Mattanò, ha appena pubblicato un importante testo che contribuisce ad inquadrare la centralità della teologia figurativa di Gioacchino da Fiore nel pensiero filosofico occidentale. Read More...
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Pubblicato il libro "Il grande sbarco"
Pubblicato per i tipi di Angelo Guerini e Associati S.r.l. il libro "Il grande sbarco" che racconta l'esodo albanese verso l'Italia negli anni 90: dalla prima accoglienza calorosa al rimpatrio. 
Pubblicato per i tipi di Angelo Guerini e Associati S.r.l. il libro "Il grande sbarco" che racconta l'esodo albanese verso l'Italia negli anni 90: dalla prima accoglienza calorosa al rimpatrio.  Read More...

ATTUALITÀ

Giovedì, Novembre 18, 2004 Luigi Boccia Chiesa e Religione 8430
Discorso pronunciato da S.E. il Card. Camillo...
Lunedì, Gennaio 23, 2006 Luigi Boccia Chiesa e Religione 12626
Secondo la tradizione, i territori dell’attuale...

LA LINGUA - GJUHA JONE

Domenica, Novembre 13, 2005 Luigi Boccia Grammatica 30653
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Martedì, Marzo 07, 2006 Pietro Di Marco Aspetti generali 12340
E ardhmja e natës agimi. Ti e prite. E ardhmja e agimit dita e plotë. Ti e rrove. E ardhmja e ditës mbrëmja. Ti u krodhe në të. E ardhmja e mbrëmjes...